Il capitalismo sul filo del rasoio

di Michel Husson* –

L’esperienza della nostra generazione: il capitalismo non morirà di morte naturale. Walter Benjamin[1]

Il futuro non devi prevederlo ma consentire che nasca. Antoine de Saint-Exupéry[2]

Questo contributo, il cui il titolo si deve alla OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) [3], si riferisce in realtà (per affinare la metafora) ad un rasoio multi-lama. Cercheremo di dimostrare innanzitutto che una ripresa sincronizzata è fuori dalla portata e che la forma che essa assumerà dipende da un problema eminentemente sociale [4]

Coronavirus: il verme nella mela?

Il coronavirus non ha colpito un corpo sano. Dopo la crisi del 2008, il capitalismo ha funzionato in modo instabile, riproducendo praticamente tutto quello che aveva determinato la crisi precedente, in mancanza di un modello alternativo. I segni premonitori di una nuova recessione si accumulavano, la mondializzazione si era bloccata, la crescita della produttività era più lenta, l’indebitamento delle imprese private era arrivato al limite, ecc. Questo è vero e non ci torneremo su.

Si può però affermare che “il coronavirus ha precipitato la crisi, non ne è stata la causa”, come fanno Frédéric Boccara e Alain Tournebise? Secondo loro bisognerebbe “distinguere i fattori di accelerazione o di precipitazione (il virus) e le cause (il sovraccumulo finanziario)[5]”. Ritroviamo più o meno la stessa idea in Michael Roberts: “sono sicuro che quando il disastro sarà finito, l’economia dominante e le autorità affermeranno che si è trattato una crisi esogena che non aveva niente a che vedere con i difetti inerenti il modo di produzione capitalista e la struttura sociale della società: è stata colpa del virus! (…) Il Covid-19, così come il crollo finanziario, non è esattamente un fulmine a ciel sereno, uno shock che colpisce un’economia capitalista la cui crescita era in sé armoniosa[6]”. Eric Tuissant, da parte sua, diceva: “no, il coronavirus non è il responsabile del crollo delle quotazioni azionarie[7]”.

Questi autori, che si reclamano peraltro al marxismo, hanno probabilmente scritto troppo in fretta (a marzo). Ma le loro riflessioni rivelano la difficoltà che esiste nel comprendere la specificità di questa crisi. E’ vero che la stessa possibilità di una pandemia rimette agli effetti dell’agricoltura produttivista sull’ecosistema[8] ed all’intensa circolazione di persone e merci per il pianeta. Resta però il fatto che questa crisi non è una crisi “classica”. E quindi non la si può analizzare in quanto tale, né immaginare scenari per il “dopo” nello stesso modo in cui si poteva fare per le crisi precedenti.

La sua caratteristica fondamentale, senza precedenti, è l’intreccio fra la crisi sanitaria ed la crisi economica, all’insegna dell’isolamento sociale. Dopo la Grande Depressione , ecco il Great Lockdown, giusto per citare il termine del FMI[9], detto in altri termini: la Grande Quarantena. La classificazione cara agli economisti tradizionali di scontro fra offerta e domanda perde tutto il suo senso, se pure mai ne ha avuto uno. Questa distinzione è valida unicamente se si ragiona con lo schemino classico -che gli studenti di economia conoscono assai bene- in cui una curva dell’offerta incrocia una curva della domanda. Questa rappresentazione statica non corrisponde alla realtà del capitalismo, che è un processo di riproduzione del capitale, ed è piuttosto curioso osservare come un premio Nobel dell’economia, Paul Krugman[10], possa andare in estasi con uno studio[11] che “scopre” le interazioni fra offerta e domanda.

Desincronizzazione della crisi… e della ripresa

Una delle caratteristiche essenziali di questa crisi è quella di provocare la diffrazione dell’economia, cioè di colpire in modo diseguale i suoi diversi segmenti. Le misure globali per far fronte al calo del PIL, effettivamente, non sono altro che un modo di sviluppo molto differenziato. Certi settori sono direttamente colpiti dalle misure di chiusura, in modo particolare il commercio al dettaglio non essenziale, altri lo sono di meno. I calcoli dell’OFCE (Observatoire français des conjonctures économiques[12] stabiliscono che a livello mondiale la perdita di valore aggiunto andrebbe dal 47% del settore alberghiero al 7% dell’industria agro-alimentare, al 3% dell’amministrazione pubblica. Un altro studio[13] stabilisce che sono i settori a monte quelli che soffrono di più, cioè i settori più lontani dalla domanda finale. Tutto ciò avviene come se il virus “risalisse le filiere”, passando da valle (“la domanda”) a monte (“l’offerta”).

I danni, quindi, non sono stati inflitti “equamente”. Per esempio, i settori dei servizi più colpiti impiegano generalmente molta mano d’opera, spesso con salari bassi, con contratti precari, per i quali lo smart working è sovente impossibile. Secondo la OCSE, oltre un terzo delle imprese vivrebbe problemi di liquidità dopo tre mesi di quarantena[14]. Da qui le misure di sostegno (rinvio delle scadenze fiscali, scaglionamento dei debiti, assunzione di parte della massa salariale). Ma inizia a suonare un altro ritornello: la crisi non è forse una buona occasione per eliminare le imprese “zombie” che non meritano di sopravvivere? Tre economisti[15] hanno anche suggerito che siano le banche a decidere sul loro destino, cosa che, secondo loro, permetterebbe “una selezione efficace, preservando le imprese socialmente sostenibili senza finanziare le imprese zombie”.

La stessa eterogeneità emerge fra paesi. Il già citato studio della OCSE dimostra anche che il calo del PIL va dal 36% della Spagna al 12% del Giappone. Ma in questo caso bisogna prendere in considerazione la trasmissione attraverso le catene del valore. Uno studio valuta così ad un terzo circa il calo del PIL risultante dai contraccolpi trasmessi dalle catene mondiali di distribuzione. Dato che questo calo è stato mediamente del 31,5%, “un paese che non avesse imposto nessuna misura di isolamento sociale, avrebbe registrato una contrazione media dell’11% del suo PIL a causa della quarantena negli altri paesi[16]”. Ecco perché non si può ragionare paese per paese: il grafico seguente è particolarmente illuminante a questo proposito. Fornisce l’origine ed il valore dei componenti esteri integrati nella produzione dei veicoli assemblati n Francia.

Si registra “una forte interdipendenza regionale (oltre il 75% dei componenti sono prodotti in Europa) che rende impossibile la produzione in un contesto di quarantena-non quarantena non sincronizzato. L’interruzione della produzione ad un certo punto della catena paralizza il resto della produzione ed è più rapida in quanto l’industria funziona con livelli di stock molto deboli che non permettono di assorbire il minimo rallentamento della produzione[17]”.

Il virus e la fame colpiscono il Sud

Il numero dei contagiati è sceso in Europa insieme a quello dei decessi. Ma non succede lo stesso a livello mondiale o in certe regioni che hanno in qualche modo dato il cambio al vecchio continente nelle statistiche del Covid-19, soprattutto l’America Latina e una parte dell’Asia, come mostra il grafico seguente, che presenta le cifre dei nuovi casi a livello mondiale[18].

Questa estensione dell’epidemia colpisce molti paesi che affrontano già temibili difficoltà economiche, ancor più aggravate dall’attuale crisi: caduta dei prezzi delle materie prime, fughe di capitali, crollo dei tassi di cambio, crescita dell’indebitamento. Per fare solo un esempio, i paesi africani spendono di più per pagare il debito esterno che per la loro sanità pubblica. A tutto ciò si aggiunge una crisi alimentare e sociale scatenata dall’interruzione delle attività ed aggravata dall’assenza di redditi complementari, specialmente nel settore informale. Come afferma la ONG Grain, milioni di persone sono obbligate a scegliere fra la fame e il Covid-19.[19]

L’offensiva differenziata del virus impedisce prevedere una ripresa equilibrata, cioè una ripresa in cui tutti i settori si riprendano allo stesso tempo ad allo stesso ritmo.

“Non sprecare mai una crisi importante”

“Non sprecare mai una crisi importante” (Never Let a Serious Crisis Go to Waste), era il precetto enunciato nel 2008 da Rahm Emanuel, il capo del gabinetto di Obama. Era, diceva, “l’occasione per fare cose che non avresti mai pensato né potuto fare prima”. Lo diceva in senso positivo: “ciò che prima consideravamo problemi a lungo termine, sia nel campo della sanità che dell’energia, dell’educazione, della fiscalità o delle riforme del regolamento, così come le cose che avevamo rimandato troppo a lungo, sono adesso all’ordine del giorno[20]”. Milton Friedman diceva pressapoco la stessa cosa: “solo una crisi -che sia reale o percepita come tale- spinge ad un vero sconvolgimento. Quando questa crisi si produce, le misure che si prendono dipendono dalle idee che sono nell’aria dei tempi[21]”.

Effettivamente, abbiamo assistito a degli autentici sconvolgimenti. Gli Stati e le istituzioni hanno gettato alle ortiche tutti i loro principi e si potrebbe anche dire che le loro reazioni siano state all’altezza della crisi: hanno agito come se le nostre vite valessero di più dei loro profitti. Comprendiamo il rischio che ci si assume con questa affermazione provocatoria, e speriamo che essa non venga citata indipendentemente dal resto del testo. Continuiamo ad aprire la ferita: buona parte dell’economia si è fermata, i profitti si sono in certa misura mantenuti e tutte le regole dell’ortodossia di bilancio sono state abbandonate. Certo, bisogna relativizzare questa affermazione: moltissimi salariati sono stati più o meno costretti ad andare a lavorare ed i precari, così come alcuni artigiani e commercianti, hanno visto crollare i propri redditi. Tuttavia, somme ingenti son state stanziate per compensare gli effetti della crisi. Va da sé che la gestione della crisi abbia fatto emergere enormi disfunzioni di cui bisognerà fare un bilancio e trarre tutte le conseguenze. Ciò non toglie che la constatazione sia chiara: il “capitalismo” ha accettato di prosciugare provvisoriamente le proprie fonti di plusvalore e le autorità hanno accettato di ingoiare il rospo.

Ma questa adozione incongruente di politiche eterodosse ha il suo rovescio: si farà di tutto, a tempo debito, per tappare la falla. Per questo motivo ci si deve aspettare una reazione in cui la violenza delle misure adottate sarà di dimensioni equivalenti alle rinunce a cui il capitalismo è stato costretto. Anche a rischio di attribuirgli una personalità, si potrebbe dire che esso si vorrà “vendicare” di ciò che ha dovuto subire. Ci sarà certamente una ripresa “a V” ma unicamente delle politiche neoliberiste.

Gilbert Achcar ha perfettamente ragione di temere il futuro tentativo “di far sopportare ai lavoratori ed alle lavoratrici il fardello dell’enorme debito contratto ora, come lo fecero dopo la Grande Depressione, deprimendo il potere d’acquisto e gli orientamenti di spesa della popolazione, portando così il mondo ad un ulteriore aggravamento dell’attuale stagnazione secolare[22]”.

Backlash

Achcar ha soprattutto ragione di temere le contraddizioni relative a questo contraccolpo (blacklash, per riprendere un termine usato dalle femministe). Le politiche di ritorno al businness as usual rischiano effettivamente di auto-distruggersi e di determinare una traiettoria a zig-zag delle economie, non esistendo infatti una simmetria garantita fra i due settori della ripresa “a V”. Una volta di più, la “caduta” non si è prodotta in modo parallelo: tutti i settori e tutte le zone dell’economia mondiale sono stati colpiti in forma diversa e non si riprenderanno nelle stesse proporzioni. Il ritorno in forza delle politiche neoliberiste non si realizzerà in modo coordinato e scatenerà senza dubbio delle reazioni a catena che porteranno a nuove forme di recessione.

Un primo esempio di ciò è dato dal mercato del lavoro; non bisogna dimenticare che anche i profitti hanno ricevuto una bella botta, come spiega l’economista Eric Heyer: “le imprese (in Francia, N.d.T.) hanno subito circa 40 miliardi di euro di perdite. Ciò significa che in otto settimane hanno perso l’equivalente del Credito d’imposta per la competitività e l’occupazione (CICE) introdotto da François Hollande. Tutto questo sforzo economico, questo trasferimento di fondi dallo Stato verso le imprese, è sparito nel periodo della quarantena. Questo corrisponde ad una caduta di 3 punti del tasso di margine delle imprese, è gigantesco[23]”. Tutto sta a indicare che ci si sta incamminando verso l’applicazione di dispositivi che faranno della massa salariale una delle principali variabili che permetteranno il ristabilimento dei tassi di profitto delle imprese. Riduzione della cassa integrazione, accordi di mantenimento dell’occupazione, allungamento dei tempi di lavoro, automazione accelerata[24]: tutti gli indici indicano già questo orientamento. Ciò significa che si mira ad una ripresa senza lavoro, cioè a rilanciare l’economia riducendo al massimo gli addetti. Ma l’effetto, in cambio, sarà un freno alla ripresa dei consumi: infatti, non si può congelare o diminuire la massa salariale e “allo stesso tempo” rilanciare i consumi. A meno che non si punti ad una riconversione del “risparmio forzato” delle famiglie il cui reddito si è preservato maggiormente mentre i loro consumi erano “in quarantena”. L’unico modo per evitare questa spirale recessiva sul versante della domanda è quello di perpetuare ed esacerbare le disuguaglianze, anche se non si può nemmeno essere sicuri che sia sufficiente.

Questo circolo vizioso si potrebbe estendere all’insieme dell’economia europea o addirittura a quella mondiale. La desincronizzazione delle economie pone in effetti la questione del coordinamento delle risposte che vi si apportano. Sul piano sanitario, è evidente che il coordinamento è stato quasi inesistente: ogni paese ha reagito per conto suo e come ha potuto, anche se era chiaro che al virus non importavano molto le frontiere. La questione si porrà ancora e piuttosto acutamente quando si disporrà di un vaccino (o di vaccini) e non si può far altro che essere molto preoccupati al riguardo, anche perché l’Unione Europea finora si è affidata, nel campo della ricerca, a dei partenariati con aziende private diretti da ben altri criteri che quello dell’interesse pubblico[25].

Con la ripresa dell’economia, tutti i paesi cercheranno -con probabilità molto diverse di successo- di captare la frazione più elevata possibile della ripresa degli scambi di merci. A breve termine, il mezzo più appropriato è quello di guadagnare in competitività abbassando il “costo salariale”: certo, la competitività dipende da ben altri fattori, sui quali però non si può agire in modo rapido. Ci si troverebbe allora in una configurazione, tutto sommato classica, in cui tutti -o quasi tutti- perdono a questo giochetto: si sono già viste, in un passato recente, recessioni “auto-inflitte” da politiche di questo tipo.

E qui esiste, detto en passant, un correttivo potente ai progressi pur timidi nel coordinamento delle politiche di bilancio europee. Gli stessi paesi che, dietro le quinte, accettano, pur controvoglia, di indebitarsi insieme per coprire i loro debiti, si affronteranno, sul palcoscenico, in una concorrenza esacerbata per la conquista o la conservazione delle loro quote di mercato. Questa concorrenza potrebbe benissimo combinarsi con una tendenza al protezionismo invocando la necessità di recuperare la sovranità messa in discussione dalla globalizzazione. La tematica delle rilocalizzazioni, anche se legittima, solleva tuttavia problemi importanti, in quanto può essere utilizzata per i revival sovranisti. In effetti, un recente sondaggio dimostra che la stragrande maggioranza degli intervistati si pronuncia a favore della promozione dell’autonomia agricola della Francia, la rilocalizzazione delle imprese industriali e la ricerca e la produzione in laboratori farmaceutici in Francia[26]. Molti paesi hanno adottato misure protezionistiche ed il braccio di ferro iniziato da Trump con la Cina è destinato ad intensificarsi. Indipendentemente dalla loro legittimità, e della loro fattibilità, misure di questo tipo eserciterebbero una pressione recessiva sulla dinamica dell’economia mondiale che avrebbe anch’essa degli effetti molto differenziati.

Questa combinazione paradossale fra competitività offensiva e protezionismo difensivo è un fattore duraturo della disorganizzazione dell’economia mondiale. Ma alla fine è anche molto coerente col miscuglio di neoliberismo e autoritarismo che caratterizza oggi la governance di molti paesi.

Il boomerang della consolidazione finanziaria

Per il momento, i paesi europei procedono a piccoli passi verso la mutualizzazione e la monetizzazione del debito pubblico, in ogni caso, a partire dall’aumento del debito legato alla crisi[27]. Ma bisogna aspettarsi un ritorno degli argomenti ortodossi. Tenendo presente i tassi d’interesse bassi o addirittura negativi, questi argomenti oggi non hanno molta eco. Alcuni sventolano senza grande convinzione lo spauracchio dell’inflazione. Degli economisti della Banca di Francia (probabilmente per incarico ufficiale del loro governatore François Villeroy de Galhau) hanno cercato di compiere un lavoro pedagogico dimostrando che non esiste “denaro magico”, avvisando del pericolo della “spirale inflazionistica”[28]. E’ l’unico argomento che rimane ai fautori dell’ortodossia contro le politiche non convenzionali. Non resistiamo alla tentazione di riprodurre il grafico seguente, sufficiente per ridicolizzare questo argomento: si può vedere che, dopo il 2010, le successive previsioni della BCE (tratteggiate) anticipavano sistematicamente una ripresa dell’inflazione (verso il suo obiettivo del 2%) e come siano state tutte smentite.

QUI HPer ora, i mercati finanziari stanno al gioco comprando le obbligazioni del debito pubblico che sono immediatamente ricomprate dalla BCE. Ma questi “mercati” non sono delle pure astrazioni: sono costituiti, come ricorda Adam Tooze, “da un gruppo discreto di attori più o meno importanti, collegati da reti specializzate di informazione e di scambio[29]”. E Tooze evoca in termini violenti i loro precedenti interventi: “hanno giocato meno il ruolo di paladini della libera concorrenza che quello di squadroni della morte paramilitari che agiscono con la connivenza delle autorità”. Le politiche non convenzionali vengono tollerate nell’attuale contesto ma se dovessero prolungarsi oltre ciò che i mercati oggi accettano, si assisterebbe allora al ritorno della “disciplina di mercato” e gli Stati dovrebbero sottomettersi un’altra volta a quello che Wolfgang Streeck[30] definisce “il popolo dei mercati” (Marktvolk).

Le distorsioni significative apportate all’ortodossia dei bilanci europei hanno senza dubbio lasciato un sapore amaro in bocca ai loro difensori più convinti. Quanto tempo ci vorrà prima che realizzino che si sono spinti troppo lontano e che bisogna tornare in fretta alle politiche di “consolidamento”, cioè di austerità? E’ una nuova spada di Damocle che pende sulla traiettoria economica futura, anche se si può pensare che il ritorno all’ortodossia non sia immediato.

Correggere il capitalismo?

Tutte le incertezze che pesano su un ritorno alla normalità riportano all’idea che la pandemia non ha fatto altro che scatenare una crisi che si vedeva venire. Anche se questa analisi può essere criticata, ha di vero che la ripresa sarà tanto più caotica quanto avverrà a partire da un sistema che era già prima in pessime condizioni di salute. La crisi del 2008 si poteva già analizzare come una crisi delle risposte date alle crisi precedenti. L’attuale crisi è quindi “una crisi al quadrato”.

Sarà l’occasione per il capitalismo di rigenerarsi? Secondo lo storico Walter Scheidel[31], gli episodi di riduzione delle ineguaglianze sono stati storicamente scatenati da una crisi iniziale che ha assunto quattro forme: guerra, rivoluzione, caduta di uno Stato o… pandemia mortale. Questi sono per lui “i quattro cavalieri del livellamento”, in poche parole, “i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse” (per i ricchi).

Con l’attuale pandemia ci troviamo in uno dei casi elencati? Dopo la seconda guerra mondiale, il capitalismo si è trasformato, con una maggior regolamentazione del mercato del lavoro e la creazione, in forme diverse, di uno Stato assistenziale. Ma le circostanze erano speciali da molti punti di vista: una parte dell’apparato produttivo era stato distrutto, gli attivi finanziari erano crollati, i tassi di produttività potenziali erano importanti ed una minaccia interna od esterna pesava sull’ordine sociale.

Oggi, tutti questi ingredienti non si riuniscono più e in ogni caso non in questa fase iniziale di disorientamento. Per ora, le classi dominanti hanno fino ad un certo punto interesse a cedere, anche dal loro punto di vista. Al di là di eventuali considerazioni etiche (o della consapevolezza del livello di accettabilità sociale), non è possibile far morire tutti di coronavirus senza mettere a repentaglio la riproduzione d’insieme del sistema.

Ciò non toglie che, abbandonando i dogmi che regolano il funzionamento dell’economia, i governi hanno minato tutta l’ideologia neoliberista. Senza dubbio in consonanza coi tempi, Olivier Passet ha deciso di definire questo pensiero “progressista” (senza le virgolette). Ma indica anche bene il “fallimento” di questo pensiero:

“tutto ciò che forgiava la nostra (sic) rappresentazione di un’economia efficace è stato demolito: no, l’abolizione delle distanze, l’allungamento delle catene del valore, la divisione sempre più spinta del lavoro non sono l’Alfa e l’Omega indiscutibili dell’efficienza economica, ecc”.[32]

Bisogna forse ricordare qui che il capitalismo è un sistema economico ma è anche un rapporto sociale. Detto in un altro modo, è un sistema che funziona a favore di uno strato sociale. Correggere il suo attuale funzionamento implicherebbe modificare i meccanismi propriamente economici ma anche attaccare, in ultima istanza, i privilegi delle classi dominanti.

E’ quindi piuttosto facile prevedere che il capitalismo opporrà resistenza. Resistenza ad una rivalorizzazione dei salari, alla regolamentazione del mercato del lavoro e ai vincoli ambientali: bisogna ristabilire il tasso di profitto. Resistenza anche nei confronti delle rilocalizzazioni dato che i profitti delle multinazionali dipendono dallo sfruttamento della mano d’opera dei paesi periferici e delle loro risorse naturali.

Mettiamoci per un momento nei panni della borghesia che affronta la pandemia. Scopre che ha bisogno di mano d’opera al lavoro ma che non può (politicamente) mandare la gente a morire; che non ha previsto di produrre le mascherine e i test e che ha eliminato troppi posti letto negli ospedali per poter proporre una cosa diversa dall’isolamento sociale. E’ quindi costretta a rinunciare in parte alle proprie regole e tabù per sostenere la situazione.

A un certo punto, si rende conto delle ripercussioni di queste misure sui propri interessi e cerca di muovere le proprie pedine in previsione del “giorno dopo”. Il principio generale è quello di affermare che le misure eccezionali prese durante il disastro sono provvisorie. Inoltre, si prova a dire che bisognerà adottare misure di “ripresa”.

La grande rivelazione

Una delle proprietà straordinarie di questa crisi è quella d’aver generato degli effetti di rivelazione. Abbiamo scoperto, o riscoperto, che le mansioni “essenziali” per un minimo di vita sociale ed economica erano svolte da coloro che, secondo Macron, “non sono nulla”. Abbiamo scoperto, o riscoperto, che non esiste nessuna correlazione fra i salari concessi a queste lavoratrici e lavoratori e la loro utilità sociale. Abbiamo constatato anche che molti padroni rapaci erano disposti ad esporre i propri dipendenti ai rischi dell’epidemia anche se alcuni di loro erano in cassa integrazione.

Uno dei grandi contributi di Marx è la sua analisi del feticismo delle merci, di cui Antoine Artous ha dato una sintetica definizione; è “il fatto che che un rapporto sociale fra persone venga presentato come un rapporto fra cose; nella fattispecie il valore delle merci, mediante il quale si organizza lo scambio, è socialmente percepito come un loro attributo naturale, mentre è invece generato da rapporti di produzione specifici[33]

E’ nella sezione del primo libro del capitale in cui Marx tratta del “carattere feticcio della merce e del suo segreto” per dimostrare che “è unicamente il rapporto sociale determinato degli uomini stessi che prende qui per loro la forma fantasmagorica di un rapporto fra le cose” (vedere il riquadro). Un po’ dopo aggiunge che il “movimento sociale” dei valori (le fluttuazioni economiche) “assume la forma di un movimento di cose [che i produttori] non controllano, ma di cui subiscono al contrario il controllo”. Questi sviluppi, di cui forniamo qualche estratto nel riquadro che segue, sono d’attualità. Malgrado i loro enunciati astratti, chiariscono una delle problematiche della congiuntura che la crisi ha aperto. Quest’ultima ha ricordato che è il lavoro delle donne e degli uomini ad essere il vero motore della vita sociale. Ci si è anche resi conto che, per la maggior parte, le attività essenziali, vitali, non si possono realizzare in smart working!

Ma c’è di più. L’esperienza che si può prescindere, almeno provvisoriamente, di certi consumi; la constatazione della vulnerabilità dell’organizzazione mondiale della produzione; la messa a nudo delle diseguaglianze, il modo in cui le leggi economiche hanno dovuto e potuto essere infrante con una certa leggerezza, tutto ciò concorre a far nascere dei formidabili interrogativi sui benefici dell’ordine sociale esistente e sul suo carattere immutabile. Insomma, un angolo del velo è stato squarciato e, per riprendere i termini di Marx, gli esseri umani potrebbero voler riprendere il controllo sulle cose.

Il carattere feticcio della merce e il suo segreto (estratti[34])

Da dove proviene quindi il carattere enigmatico del prodotto del lavoro da quando assume la forma di merce? Chiaramente da questa stessa forma. L’identità dei lavori umani assume la forma materiale dell’obiettività del valore identica ai prodotti del lavoro. La misura della spesa della forza lavoro umana per la sua durata assume la forma della grandezza del valore dei prodotti del lavoro. Infine, i rapporti dei produttori in cui vengono praticate queste determinazioni sociali dei loro lavori, assumono la forma di un rapporto sociale tra i prodotti del lavoro.

Ciò che vi è di misterioso nella forma-merce consiste quindi semplicemente nel fatto che essa rimanda agli uomini l’immagine dei caratteri sociali del loro stesso lavoro così come dei caratteri obiettivi dei prodotti del lavoro stessi, così come delle qualità sociali che queste cose posseggono per natura: essa rimanda così l’immagine del rapporto sociale dei produttori col lavoro globale, come un rapporto sociale esistente al di fuori di essa, fra degli oggetti. E’ questo quiproquò che fa che i prodotti del lavoro divengano delle merci, delle cose sensibili, soprasensibili, delle cose sociali.

(…) E’ solo il rapporto sociale determinato degli uomini fra di loro che assume qui per loro la forma fantasmagorica di un rapporto fra le cose. (…) E’ per le relazioni sociali che intrattengono che il loro lavoro privato appare ai produttori per quello che sono, cioè non come dei rapporti immediatamente sociali tra le persone nel loro stesso lavoro, ma al contrario come rapporti impersonali tra persone e rapporti sociali tra cose impersonali.

(…) Nei fatti, il carattere valore dei prodotti del lavoro non si stabilisce fermamente che una volta questi vengono praticati come grandezze di valore. Ora, queste grandezze cambiano costantemente, indipendentemente dalla volontà, dalle previsioni e dagli atti delle persone che scambiano. Il loro stesso movimento sociale possiede per gli scambisti la forma di un movimento di cose che non controllano,ma di cui subiscono al contrario il controllo.

I giorni che verranno saranno felici?

L’effetto della rivelazione dovrebbe portare a delle prese di coscienza come queste:

“Domani avremo bisogno di trarre delle lezioni dal momento che stiamo attraversando, interrogare il modello di sviluppo in cui si è impegnato il nostro mondo dopo decenni e che rivela i suoi difetti alla luce del sole, interrogare le debolezze delle nostre democrazie. (…) Ciò che rivela questa pandemia è che ci sono dei beni e dei servizi che dovrebbero essere posti l di fuori delle leggi del mercato.”

O ancora:

“una certa idea della globalizzazione si conclude con la fine del capitalismo finanziario che aveva imposto la propria logica a tutta l’economia e che aveva contribuito a pervertirla. L’idea della potenza totale del mercato che non dev’essere contrariata da nessuna regola, da nessun intervento politico, era un’idea folle. L’idea che i mercati hanno sempre ragione era un’idea folle.”

Si sarà senza dubbio riconosciuta la prima dichiarazione, che è di Macron[35]. Ma si può seriamente pensare che abbia avuto più effetti dell’altra, tratta dal famoso discorso di Tolone pronunciato da Nicolas Sarkozy nel 2008[36]? In realtà si farà di tutto da parte delle classi dominanti per assicurare i ritorno al business as usual. Si farà di tutto per dimostrare che il destino degli individui è legato a quello del sistema, che la ripresa dell’attività di prima è perciò la condizione della ripresa dell’occupazione. E se la persuasione non è sufficiente, il ricatto del lavoro, già insinuato, farà il resto[37]. Questa aspirazione al ritorno alla normalità è peraltro condivisa da molti che vogliono dimenticare i traumi legati alla quarantena e/o che hanno bisogno di recuperare le perdite dei loro redditi, insomma, di curare le ferite di tutti i tipi inflitte dall’epidemia.

Che bisogna fare affinché il velo non ricada? In primo luogo, evidentemente, c’è bisogno di una prospettiva di trasformazione sociale, nutrita dagli insegnamenti tratti dalla crisi. E le proposte non mancano: la parola d’ordine del presidente Mao è stata ascoltata: “Che cento fiori sboccino, che cento scuole competano!”. È giocoforza constatare, nonostante tutto, che questo lavoro di elaborazione è condotto in disordine, che è poco coordinato e che si impantana spesso in controversie biliose o molto tecniche. Piuttosto di entrare in questo dibattito -in ogni caso non in questa sede- si vorrebbe qui insistere sull’approccio avviato con il piano di uscita dalla crisi[38] proposto da un arco di forze relativamente inedito. Delinea la formazione di un blocco che raggruppa delle organizzazioni sindacali (CGT, Solidaires, Confédération paysanne, FSU), delle organizzazioni ecologiste (Greenpeace, Oxfam, Les amis de la terre) o altromondiste come Attac. Il suo interesse principale è quello di combinare obiettivi sociali e ambientali: questo è un punto essenziale, perché la crisi sarà usata come pretesto per rinviare gli investimenti necessari alla transizione ecologica (il taglio in bilancio è netto) o per allentare le regolamentazioni, in nome dell’occupazione.

Ma questo testo presenta anche un altro punto interessante, quello che articola i diversi “livelli”[39] di un progetto di trasformazione sociale: delle misure immediate sulle modalità di abbandono dell’isolamento sociale, delle misure sociali più strutturali (e i mezzi per finanziarle), tutto ciò si iscrive in un progetto di “riconversione ecologica e sociale delle attività”.

Questo appello è sicuramente incompleto, forse un po’ evasivo e senza dubbio insufficientemente radicale ma non si può che essere d’accordo con il suo orientamento generale. In tutti i casi bisogna approfondire questo tipo di elaborazioni. Magari bisognerebbe aggiungervi delle proposte forti e sintetiche come quella di una “tassa urgente Covid-19” proposta da un gruppo europeo[40]?

Magari si potrebbe fare del tema della condizionalità un asse trasversale? Mariana Mazzucato, un’economista che milita per la riabilitazione dell’intervento pubblico, a giusto titolo ha insistito su questo punto: questa volta, dice, “le misure di salvataggio devono assolutamente essere assortite da condizioni. Nella misura in cui lo Stato gioca un’altra volta un ruolo di primo piano, dev’essere considerato come un eroe e non come uno sciocco (patsy). Bisogna quindi proporre soluzioni immediate, ma concependole in modo da servire l’interesse pubblico a lungo termine. Per esempio (…) bisogna chiedere alle imprese che si beneficiano di un piano di salvataggio di mantenere i loro lavoratori ed assicurarsi che, una volta passata la crisi, investano in formazione e nel miglioramento delle condizioni di lavoro[41]

Il governo francese ha gestito la crisi evitando accuratamente qualsiasi forma di controllo democratico, parlamentare o istituzionale. Ha preferito l’infantilizzazione dei cittadini, accoppiata ad una repressione assai caratteristica del neoliberismo autoritario che è poi quello di Macron. Ma le aspirazioni al cambiamento potranno anch’esse uscire dalla quarantena, ed è ciò che teme questo governo. E’ in questa volontà di riprendere il controllo che risiede la possibilità di veder formarsi un nuovo blocco sociale capace di imporre delle trasformazioni radicali.

* Questo testo è stato pubblicato il 18 giugno 2020 sul sito di A l’Encontre.

[1]               Walter Benjamin, Parigi, capitale del XIXe secolo, citato da Razmig Keucheyan, La natura è un campo di battaglia. Saggio di ecologia politica. 2018.

[2]          Antoine de Saint-Exupéry, Citadelle, 1948.

[3]          OECD, Economic Outlook, June 2020.

[4]          Riprendiamo solo molto parzialmente lo sviluppo proposto da precedenti contributi sul sito A l’encontre: «L’économie mondiale en plein chaos», 17 maggio 2020 ; «Rebond ou plongeon?», 29 aprile 2020 ; «Sur l’inanité de la science économique officielle: de l’arbitrage entre activité économique et risques sanitaires», 14 prile 2020 ; «Le néo-libéralisme contaminé», 31 marzo 2020. Vedere anche «Une reprise économique «en V», vraiment?», Alternatives économiques, 3 giugno 2020.

[5]          Frédéric Boccara e Alain Tournebise, «Le coronavirus précipite la crise, il ne la cause pas!», Les économistes atterrés, marzo2020.

[6]          Michael Roberts, «It was the virus that did it», 15 marzo 2020.

[7]          Eric Toussaint, «Non, le coronavirus n’est pas le responsable de la chute des cours boursiers», 4 marzo 2020.

[8]               Su questo tema, vedere: Robert G. Wallace, Big Farms Make Big Flu: Dispatches on Infectious Disease, Agribusiness, and the Nature of Science, Monthly Review Press, New York, 2016; Sonia Shah, «Contre les pandémies, l’écologie », Le Monde diplomatique, marzo 2020.

[9]          FMI, The Great Lockdown, World Economic Outlook, Aprile 2020.

[10]        Paul Krugman, « https://twitter.com/paulkrugman/status/1246152855456755713… », twitter, 3 aprile 2020.

[11]            Veronica Guerrieri, Guido Lorenzoni, Ludwig Straub, Iván Werning, «Macroeconomic Implications of COVID-19: Can Negative Supply Shocks Cause Demand Shortages?», 2 Aprile, 2020.

[12]            OFCE, «Évaluation de l’impact économique de la pandémie sur l’économie mondiale en avril 2020», 5 giugno 2020.

[13]            Jean-Noël Barrot, Basile Grassi, Julien Sauvagnat, «Sectoral effects of social distancing», Marzo 2020.

[14]            Lilas Demmou et al., «Corporate sector vulnerabilities during the Covid-19 outbreak: assessment and policy responses», OECD, 5 maggio 2020.

[15]            Olivier Blanchard, Thomas Philippon, Jean Pisani-Ferry, «A New Policy Toolkit Is Needed as Countries Exit COVID-19 Lockdowns», Peterson Institute for International Economics, giugno 2020.

[16]            Barthélémy Bonadio, Zhen Huo, Andrei Levchenko, Nitya Pandalai-Nayar, «The role of global supply chains in the COVID-19 pandemic and beyond», voxeu, 25 maggio 2020.

[17]            Elie Gerschel, Robin Lenoir, Isabelle Mejean, «Coordonner le déconfinement de l’Europe, un enjeu économique fort», IPP, 5 giugno 2020. Il grafico è tratto dal sito worldview. stratfor.com.

[18]            Emma Reynolds and Henrik Pettersson, «Confirmed coronavirus cases are rising faster than ever», CNN, 5 giugno 2020.

[19]            Grain, «Des millions de personnes forcées de choisir entre la faim ou le Covid-19», 19 maggio 2020.

[20]            Rahm Emanuel, «You never want a serious crisis to go to waste», The Wall Street Journal, video, 18 novembre 2008. Questa formula è stata ironicamente ripresa da Philip Mirowski come titolo della sua notevole opera, Never Let a Serious Crisis Go to Waste, 2013, il cui sottotitolo è piuttosto eloquente: “Come il neoliberismo è sopravvissuto al crollo finanziario” (How Neoliberalism Survived the Financial Meltdown).

[21]            Milton Friedman, Capitalismo e libertà, 1982. Traduzione italiana di Capitalism and Freedom, 1962.

[22]            Gilbert Achcar, «Auto-extinction du néolibéralisme? N’y comptez point», A l’encontre, 30 aprile 2020.

[23]            Eric Heyer, «La crise sanitaire accélère la transition vers une croissance soutenable», AOC, 22 maggio 2020.

[24]            Patrick Artus, «Il va falloir soutenir la robotisation des entreprises françaises», 22 maggio 2020.

[25]            Global Health Advocates – Corporate Europe Observatory, «Au nom de l’innovation. L’industrie contrôle l’usage des fonds européens pour la recherche et néglige l’intérêt public», maggio 2020.

[26]            Sondaggio Odoxa, «Coronavirus: les Français font des relocalisations la priorité de l’après-crise», Les Echos, 13 aprile 2020.

[27]            Abbiamo affrontato questo tema in «L’économie mondiale en plein chaos», A l’encontre, 17 maggio 2020.

[28]  Jean Barthélemy et Adrian Penalver, « La monnaie de banque centrale n’a rien de magique », Bloc-notes Eco, Banque de France, 20 mai 2020.

[29]            Adam Tooze, «Time to expose the reality of ‘debt market discipline», Social Europe, 25 maggio 2020.

[30]            Wolfgang Streeck, Du temps acheté. La crise sans cesse ajournée du capitalisme démocratique, Gallimard, 2014.

[31]            Walter Scheidel, The Great Leveler. Violence and the History of Inequality from the Stone Age to the Twenty-First Century, 2017; vedere anche questo riassunto del suo libro: Walter Scheidel, «What Tames Inequality? Violence and Mayhem The Chronicles of Higher Education», febbraio 2017.

[32]            Olivier Passet, «La faillite financière de la pensée progressiste», Xerfi, 15 aprile 2020.

[33]            Antoine Artous, Le fétichisme chez Marx. Le marxisme comme théorie critique, Éditions Syllepse, 2006.

[34]            Karl Marx, Il Capitale, Libro I, pp. 82-85

[35]            Emmanuel Macron, «Adresse aux Français», 12 marzo2020.

[36]            Nicolas Sarkozy, «Discours de Toulon», 25 settembre 2008.

[37]            Romaric Godin, «Le chantage à l’emploi s’impose comme politique économique», Mediapart, 2 giugno 2020.

[38]            CGT, Attac et al., «Plan de sortie de crise», 26 mai 2020.

[39]            Ci permettiamo di segnalare un piccolo testo metodologico prodotto da un gruppo di economisti francesi legati al Front de gauche al quale abbiamo contribuito: «Transformation sociale: une fusée à trois étages», 28 novembre 2011. I tre “stadi” sono i seguenti: 1. riprendere il controllo:avviare la rottura, consolidare la legittimità dell’esperienza; 2. svoltare: radicare il processo di trasformazione; 3 ristrutturare: avviare un nuovo modo di sviluppo.

[40]            Collettivo «Pour une taxe d’urgence Covid-19», 12 giugno 2020 (Eric Toussaint, Susan George, Catherine Samary, Miguel Urbán Crespo et al.).

[41]            Mariana Mazzucato, «Capitalism’s triple crisis», Social Europe, 9 aprile 2020.700 × 23