Può l’impresa salvare il pianeta?

di Mateo Alaluf* –

Tra le numerose “tribuna”, “carta bianca” e “opinioni” sul “giorno dopo” pubblicate durante la fase del contenimento, il testo intitolato “è necessario democratizzare l’impresa per risanare il pianeta“, promossa da Julie Battilana, Julia Cagé, Isabel Ferreras, Lisa Herzog, Hélène Landmore, Dominique Méda e Pavlina Tcherneva, cui si sono aggiunti circa 3’000 accademici di tutto il mondo, ha ricevuto un’ampia copertura mediatica. Non possiamo non essere d’accordo con i firmatari che “il lavoro non può essere ridotto a una merce” e che la lotta contro le crescenti disuguaglianze richiede un “demercificazione del lavoro” [1].

L’argomentazione dei firmatari di questa Tribuna per “democratizzare l’azienda per salvare il pianeta” si basa su due assi: “permettere ai dipendenti di partecipare alle decisioni aziendali” ed esigere che “la collettività garantisca un lavoro utile a tutti e tutte“. Se è sicuramente possibile sostenere senza alcuna riserva l’accento posto sulla centralità del lavoro, non possiamo tuttavia sostenere la “democratizzazione dell’impresa” così come ci viene proposta.

Per i firmatari, la “cittadinanza nell’impresa” sarebbe la condizione per l’emancipazione dei salariati e delle salariate, definiti come “investitori in lavoro“. Dovrebbero avere accesso alle decisioni allo stesso modo degli investitori in capitale. I comitati aziendali dovrebbero quindi essere dotati di diritti simili a quelli dei consigli di amministrazione in modo da stabilire una sorta di bicameralismo che assoggetti la “gestione dell’azienda ad una doppia maggioranza”.

Un ritorno al “giorno prima”

E così senza rendersene conto, il “giorno dopo” avere tratteggiato una simile posizione, ci ritroviamo immersi nell’antica controversia del controllo operaio opposto alla politica della cogestione. Questa discussione ha a lungo diviso il movimento sindacale. Mentre storicamente il movimento operaio si era organizzato in modo indipendenti rispetto ai datori di lavoro, in Germania, dopo essersi uniti allo sforzo bellico nel 1914-18, i sindacati avevano ottenuto il loro riconoscimento all’interno delle aziende e concluso un accordo per la creazione di una comunità di lavoro tra datori di lavoro e lavoratori. Dopo la seconda guerra mondiale, la grande centrale sindacale DGB (Deutscher Gewerkschaftsbund) ha assunto la cogestione (Mitbestimmung, “codecisione”) quale elemento centrale del proprio programma, cogestione che sarà istituita attraverso una legge nel 1951.

Per contro, la grande maggioranza dei sindacati in Europa rifiutava la cogestione. Associando i salariati all’azienda, la cogestione li priverebbe della loro autonomia rivendicativa e, in un mercato competitivo, metterebbe i lavoratori di un’azienda in concorrenza con quelli di un’altra. La gestione veniva quindi considerata come una forma di collaborazione di classe in cui i lavoratori sarebbero stati i perdenti. La CGT (Confédération générale du travail) in Francia, la FGTB (Fédération générale du travail de Belgique) in Belgio o la CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro) in Italia, si opponevano alla cogestione, sostenendo in alternativa la necessità del controllo operaio. Secondo Alain Touraine, il controllo operaio si inseriva nella logica legata alla “doppia natura del sindacalismo: strumento rivendicativo e quindi strumento della trasformazione sociale e, allo stesso tempo, partner nella negoziazione. Il sindacalismo del controllo, a differenza della cogestione, esclude la partecipazione alla gestione delle imprese. Esso vuole essere un contropotere autonomo, separato dal potere decisionale economico che invece intende controllare e influenzare in funzione degli interessi dei salariati” [2].

I firmatari di questa proposta rimproverano ai comitati aziendali, derivanti dalla tradizione sindacale fondata sul controllo, la loro “incapacità a bloccare le dinamiche del capitale“. D’altra parte, i firmatari sostengono il sistema di co-determinazione alla tedesca che avrebbe rappresentato “un passo cruciale ma ancora insufficiente“. Ora, questo sistema, con le sue clausole di pace sociale, ha soprattutto permesso di contenere i conflitti sociali e ci pare assai azzardato attribuirgli anche solo una parvenza di dinamica anticapitalista.

Un recente studio sulla codeterminazione sul modello tedesco mostra proprio il deterioramento di questo “modello” [3]. Nella stessa misura in cui, a partire dagli anni ’80, il peso degli accordi di categoria è diminuito a favore delle imprese, anche se organizzate secondo i principi della cogestione, il sistema ha perso la sua coerenza. Lo studio cita tre fonti principali dell’erosione della cogestione tedesca: la finanziarizzazione dell’economia, la globalizzazione e l’integrazione dell’ex blocco orientale, che ha aperto la strada alle delocalizzazioni. Gli accordi aziendali sono diventati accordi “leggeri”. Negli ultimi 20 anni, i sindacati hanno perso la metà dei loro iscritti. La cogestione si è ormai tradotta per lo più nella gratificazione dei delegati dei dipendenti conformisti piuttosto che nella difesa degli interessi dei dipendenti.

La questione della “garanzia di un lavoro utile per tutte e tutti” sostenuta dai firmatari di questo testo sembra più pertinente, ma manca di precisione. La Commissione Europea ha già sviluppato un programma di “garanzia dell’occupazione giovanile” che mira ad offrire un lavoro, un tirocinio o una formazione ad ogni giovane, senza tuttavia riuscire a sradicare il fenomeno della disoccupazione giovanile. Potrebbe anche essere visto come un meccanismo che tende a far assumere allo Stato il ruolo di datore di lavoro in ultima istanza, cosa che potrebbe dare alla proposta un contenuto più promettente. Ma, senza ulteriori chiarimenti sul suo contenuto e sulla sua fattibilità, la “garanzia di un’occupazione utile a tutte e tutti” sembra una proposta assai arrischiata e potrebbe aprire la porta a forme di lavoro degradate.

Fine della centralità dell’impresa

La trasformazione del mondo attraverso 40 anni di politiche neoliberali (libera circolazione dei capitali, espansione globale del credito e digitalizzazione delle attività economiche) non ha portato alla fine della centralità del lavoro, né alla sua rarefazione, come molti autori sostenevano negli anni Ottanta; ma ha messo fine della centralità dell’impresa, cosa che costoro non avevano percepito. Nel nascente capitalismo industriale, l’impresa era stata lo spazio di controllo dei lavoratori e il luogo di organizzazione della produzione. L’invenzione della società per azioni aveva permesso di raccogliere enormi quantità di capitale al servizio dell’impresa. In quanto sede di interessi contrastanti di lavoratori e datori di lavoro, l’impresa era stata anche teatro di coalizioni operaie e dell’istituzione di sindacati. Con il capitalismo finanziario, è l’impresa che viene messa al servizio della società composta dagli azionisti. La società per azioni è diventata uno strumento finanziario non al servizio della società, ma al servizio di una partecipazione azionaria globalizzata. Nel nuovo regime del capitalismo azionario, l’impresa non è più centrale, anche se il profitto si basa più che mai sullo sfruttamento del lavoro. È quindi l’azienda e non il lavoro, come alcuni avevano proclamato, che ha perso la sua centralità nella società degli azionisti.

Il vecchio dibattito sulla democratizzazione dell’impresa, anche travestito da modernità, è ormai superato e datato. Emerge come il residuo di un’altra epoca. Con la finanziarizzazione, la globalizzazione e la digitalizzazione, l’azienda non è più un organo decisionale centrale. È stato svuotato della sua sostanza. Il destino delle aziende non viene deciso nei loro locali o nel paese in cui sono localizzate. Centinaia di migliaia di dipendenti, utenti, personale addetto alle consegne, traduttori, consulenti, infermieri, ecc. lavorano al di fuori dell’azienda. Nel suo processo di valorizzazione, il capitale cerca per l’appunto di risparmiare quel costo che, per esso, è proprio rappresentato dall’impresa…

In questo nuovo mondo, non basta che un’azienda raggiunga i suoi obiettivi di produzione pur rimanendo redditizia, deve comunque essere più redditizia di altre, altrimenti il capitale verrebbe investito altrove. Quando gli investitori scontenti vendono le loro azioni, il prezzo scende e la società, il cui valore di mercato crolla, diventa una potenziale preda per un’offerta pubblica di acquisto (OPA). Per questo motivo le fabbriche redditizie ristrutturano o chiudono e procedono ai cosiddetti “licenziamenti borsistici”. I dipendenti sanno allora che non hanno più molto da attendersi dalla loro azienda. L’azienda, che era un’istituzione centrale nella precedente fase del capitalismo, ha perso la sua consistenza e, di conseguenza, il movimento sindacale, tradizionalmente presente a livello dell’azienda, ha perso i suoi principali riferimenti organizzativi. Quando la privatizzazione e la mercificazione sostituiscono la mutualizzazione, la nazionalizzazione e la regolamentazione dei mercati, il movimento sindacale non può lasciarsi confinare nel ristretto quadro ristretto dell’impresa con la speranza che questa accetti i principi della co-determinazione. I rapporti di forza che si erano stabiliti nel quadro di un’economia regolamentata sono stati sconvolti dall’avvento di un’economia finanziarizzata.

Mutualizzare la ricchezza e ridurre l’orario di lavoro

Il merito essenziale del testo dal quale siamo partiti in questa nostra riflessione, sta nel suo desiderio di “demercificare il lavoro”. È tanto più sorprendente che il testo ignori il sistema di protezione sociale che, proteggendo il rapporto salariale dall’incertezza del mercato, è stato l’elemento principale in una prospettiva di demercificazione del lavoro. La sicure sociale, mutualizzando le ricchezze private per reinvestirle in beni e servizi collettivi gratuiti o meno costosi, limita la parte mercantile dell’economia.

Per questo motivo la sanità e le pensioni sono ancora uno degli aspetti fondamentali oggetto di grandi conflitti sociali.

Insistendo, nella sua formulazione, su una astratta “garanzia occupazionale“, il testo in questione nasconde il problema oggi essenziale della riduzione collettiva dell’orario di lavoro. Fu quando, a partire dalla metà degli anni Settanta, la riduzione della giornata, della settimana e dell’anno lavorativo ha cominciato a rallentare, unitamente all’abbassamento dell’età pensionabile, che la disoccupazione ha cominciato a svilupparsi. E sappiamo bene come la piena occupazione sia essenzialmente una questione di ripartizione.

Focalizzandosi sull’azienda, i firmatari del testo hanno mancato il loro obiettivo per il nostro futuro: la demercificazione del lavoro. (6 giugno 2020)

*Mateo Alaluf, professore emerito di Sociologia all’Université libre de Bruxelles. È autore, tra gli altri, di Contre l’allocation universelle (con Seth Ackerman), Lux Editeurs, 2016; Mesures et démesures du travail (con Pierre Desmarez e Marcelle Stroobants), Ed. de l’ULB, 2012. Il suo libro Le socialisme malade de la social-démocratie sarà co-pubblicato da Editions Syllepse (Parigi) e Page deux (Losanna). Questo articolo è apparso sul sito www.alencontre.org. La traduzione in italiano è stata curata dal segretariato MPS.

1. Le Monde (15/5/2020). Questo testo è stato pubblicato, ci informa il quotidiani, da altri 27 media di 23 paesi. https://www.lemonde.fr/idees/article/2020/05/15/democratiser-pour-depolluer_6039777_3232.html

2. Alain Touraine, “Contribution à la sociologie du mouvement ouvrier. Le syndicalisme de contrôle”, Cahiers Internationaux de sociologie, Vol. XXVIII, gennaio-giugno 1960, pp. 57-88.

3. Clément Brébion, “L’Allemagne un modèle de relations professionnelles vraiment coopératif”, Connaissance de l’emploi, N°158, CNAM, CEET, aprile 2020.