La ripresa dell’attività economica ci spedirà all’inferno

di Mike Davis –

La sera del 26 giugno 2020 il Washington Post pubblicava un articolo di informazione sulla situazione della pandemia del Covid-19 negli Stati Uniti. Eccone l’essenziale: «Una cifra record di infezioni è stata registrata per il secondo giorno consecutivo giovedì 25 giugno: oltre 39.000 nuovi casi attraverso gli Stati Uniti – e vari Stati reintroducono bruscamente imposizioni di quarantena, sullo sfondo di segnali inquietanti, che stanno a indicare che la voglia del paese di rilanciare l’attività economica gli si è gravemente ritorta contro».

• Venerdì 26 giugno, il Texas e la Florida hanno ordinato la chiusura dei bar, a varie settimane dalla celebrazione della loro riapertura, e quest’ultimo Stato ha registrato più di 9.000 nuovi casi. Il Nuovo Messico ha interrotto la successiva fase del proprio piano di riapertura. «Sono terrorizzato dall’idea che affonderemo il sistema sanitario, gli ospedali, le unità di cure intensive, ha dichiarato il responsabile della Sanità del Mississipi al quotidiano Clarion-Ledger: «Non parlo dell’autunno, parlo di questa settimana».

• E in Arizona, il cui mantra della riapertura era «Ritornate più forti», centinaia di abitanti di Phoenix sabato hanno fatto la coda in auto per ore in un centro di skriming stracolmo. Il Washington Post ha esaminato attentamente lo Stato, grazie a un suo dipartimento specializzato, per capire come si sia rapidamente trasformato in un epicentro della crisi. «In alcuni momenti critici, le gaffes dei funzionari di alto grado hanno minato la fiducia nei dati». «E quando la pazienza era più necessaria, mentre lo Stato cominciava a riaprire malgrado la continua trasmissione del contagio nelle collettività, un approccio brusco ed univoco – senza dati di riferimento trasparenti, né margine di manovra perché le zone colpite potessero restare confinate – ha indotto gran parte del pubblico a credere che la pandemia fosse conclusa».

• L’assalto asimmetrico del virus alle comunità nere può contribuire a spiegare come mai una fascia così ampia di pubblico abbia sottovalutato la crisi. Un nuovo sondaggio del Washington Post-Ipsos ha rivelato che circa 1 nero-americano su 3 conosce qualcuno che è deceduto per Covid-19, di contro a solo il 9% di bianchi americani».

Alla luce di questo bilancio di fase di fine, del giugno 2020, ci sembra utile pubblicare la traduzione, a futura memoria e riflessione, dell’articolo di Mike Davis scritto a fine aprile

(Redazione di A l’Encontre)

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Alla vigilia del quinto mese di epidemia, milioni di famiglie di lavoratori hanno l’impressione di essere stati sequestrati e spediti all’inferno.

Stando alle fonti ufficiali, la disoccupazione si avvicina al 30%, se non di più. Circa un’altra ventina di milioni di persone scenderanno sicuramente sotto la soglia di povertà. Un sondaggio del Centro Ricerche PEW, ha rivelato recentemente che il 60% dei latini dichiarano di aver perso il proprio posto di lavoro e il salario, ed è questa la situazione anche di più della metà di tutti i lavoratori sotto i trent’anni.

Oltre al posto di lavoro, milioni di persone perderanno tutto ciò per cui hanno lavorato per l’intera vita: le loro case, le loro pensioni, la loro copertura sanitaria e i loro risparmi.

La maggior parte di noi ha già vissuto questa brutale sensazione di un tracollo economico: la “grande recessione” del 2008-2009. Nel giro di diciotto mesi, la maggioranza delle famiglie di neri e latino-americani hanno perso tutto quel che avevano, e i laureati provenienti da ambienti non privilegiati sono precipitati – e a quanto pare per il resto della loro vita – nell’economia dei servizi a bassi salari.

Ecco perché, a milioni, tanta gente si è ritrovata per il New Deal dietro le bandiere di Bernie Sanders. Ma la minaccia che ci aspetta è quella dell’impoverimento e della fame su scala mai vista dal 1933.

La gente ha il disperato bisogno di riprendere il lavoro per salvare quel che può della propria esistenza. Attenti, però, a non ascoltare gli appelli dei manifestanti del “MEGA” (Make America Great Again) [“Fare di nuovo grande l’America”, lo slogan delle truppe di Trump], queste marionette che manipolano fondi speculativi e che posseggono Casinò miliardari. Il loro canto delle sirene per “riaprire l’economia” non farebbe altro che provocare una tragedia.

A che punto siamo?

Rispedire a lavorare milioni di persone senza protezione né tests significherebbe una condanna a morte. Trentaquattro milioni di lavoratori hanno più di cinquant’anni; dieci milioni di questi superano i sessantacinque anni. Molti milioni di altri lavoratori e lavoratrici soffrono di diabete, di problemi respiratori cronici, ecc. Da casa al lavoro? Percorso rapido per l’Unità di cure intensive e per la camera mortuaria.

A milioni, i nostri “lavoratori indispensabili” affrontano rischi intollerabili, in assenza di attrezzature di protezione. Occorreranno ancora settimane prima che gli stessi lavoratori della Sanità dispongano delle attrezzature di cui hanno bisogno. I lavoratori dei depositi, dei supermercati e dalla ristorazione rapida non hanno la minima garanzia di ottenere mascherine, a meno che non l’imponga la legge. Si tratta di una guerra? Allora il rifiuto di Trump di ricorrere alle leggi esistenti perché lo Stato federale organizzi la produzione di maschere e di respiratori costituisce un crimine di guerra.

Nella situazione attuale, proporre alla gente tests del sangue per emettere certificati per tornare al lavoro se i loro anticorpi sono a posto è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Washington ha autorizzato più di un centinaio di imprese varie a vendere kits sierologici senza che abbiano proceduto a esperimentarli sull’uomo, né aver ottenuto la certificazione dell’EDA [Food and Drug Administration]. Gli esiti di questi tests sono caotici ed è impossibile interpretarli. Possono passare ancora settimane prima che gli operatori della sanità pubblica dispongano di diagnosi attendibili di cui potersi avvalere. E se anche fosse, occorrerebbero ancora mesi per testare i lavoratori e le lavoratrici, ed è poco probabile che siano abbastanza numerosi quelli che hanno anticorpi in grado di far funzionare in sicurezza le imprese che sono state chiuse.

L’ipotesi più ottimistica prevede un vaccino per la primavera 2021, senza che nessuno abbia la più piccola idea della durata dell’immunità conferita. Al momento attuale, alcune squadre di ricercatori e di piccole aziende biotecnologiche lavorano su farmaci che ridurrebbero il rischio di insufficienza respiratoria e di gravi lesioni cardiache o renali. Ma questo sforzo di ricerca a tentoni manca di coordinamento e di finanziamento da parte di Washington.

Un lock-out indefinito

Alla fin fine, subiamo un lock-out indefinito, con di fronte un’amministrazione per la quale la distruzione dell’US Postal Service [la sua privatizzazione] rappresenta una priorità superiore all’urgenza di un programma per la produzione di tests, attrezzature di sicurezza e farmaci antivirali che consentano agli Stati Uniti la ripresa del lavoro.

I complici di Trump sono quei mostri quali “Amazon”, grazie a cui Jeff Bezos ha guadagnato 25 miliardi di dollari in due settimane, e “United Health Group”, la maggiore compagnia mondiale di assicurazione malattia, i cui profitti sono aumentati di 4,1 miliardi di dollari nei primi tre mesi di pandemia. Gli assicuratori dei medici hanno avuto una fortuna inaspettata, in quanto la maggior parte dei loro aderenti non sono più in grado di riservare operazioni od ottenere trattamenti vitali.

Quasi come un’eruzione vulcanica, in questo paese la rabbia monta rapidamente in superficie e noi dobbiamo inquadrarla per difendere e costruire i nostri sindacati, conquistare l’assicurazione malattia per tutti e cacciare dai loro troni dorati canaglie del genere.

Come siamo arrivati a questo punto?

Il Primo dell’anno noi brindavamo, abbracciavamo gli amici, cantavamo qualche verso di una canzone di un rivoluzionario scozzese scritta parecchi secoli or sono. Alcuni medici cinesi informavano i loro colleghi di tutto il mondo che il numero rapidamente crescente di casi di polmonite acuta vicino alla città di Wuhan si doveva a infezioni causate da un virus fino ad allora sconosciuto.

Sequenziato, lo si identifica come un «Coronavirus». Fino al 2003, le ricerche concernenti questa famiglia di virus riguardavano le gravi malattie alle quali espongono svariati animali, in particolare il bestiame e il pollame. Soltanto due di questi virus erano noti per la contaminazione di esseri umane. E poiché non provocavano se non lievi costipazioni i ricercatori li avevano ritenuti insignificanti.

Nel 2003, nell’Hotel di un aeroporto cinese un viaggiatore ha infettato tutte le persone che aveva incrociato; aveva preso avvio una uova malattia virale. In ventiquattro ore, il virus era volato in altri cinque paesi. La “Sindrome respiratoria acuta grave” (SARS) ha ucciso un paziente su dieci:

L’agente patogeno della SARS è stato identificato come un altro Coronavirus che alcuni pipistrelli trasmettevano ad agili piccoli carnivori chiamati zibetti, a lungo apprezzati nella cucina del Sud della Cina. La SARS ha raggiunto trenta paesi e provocato un ampio panico internazionale. Ma aveva un tallone d’Achille. Era contagioso solo nello stadio in cui le persone infettate manifestavano sintomi come tosse secca, febbre e dolori muscolari. Essendo così facile riconoscerlo, il virus della SARS alla fine è stato contenuto.

Un virus simile è comparso nel 2012, ma sono stati dei cammelli che hanno contaminato i pipistrelli. Ha ucciso 1.000 persone, soprattutto nella penisola arabica. Poiché la sua propagazione si doveva soltanto al contatto diretto con cammelli non lo si è considerato come possibile causa di una pandemia.

Il virus furtivo.

I ricercatori avevano sperato che il killer che ci colpisce oggi, un virus denominato SARS-COV-2, condividesse la maggior parte dei propri geni con la prima SARS e che quindi lo si sarebbe facilmente riconosciuto grazie alla sua correlazione con i sintomi dei pazienti. Si sono tragicamente sbagliati.

Quattro mesi dopo che ha cominciato a circolare in mezzo al genere umano, sappiamo che, a differenza dei suoi predecessori, questo virus vola sulle stesse ali dell’influenza: le persone che lo diffondo non manifestano sintomi evidenti di malattia. L’attuale agente patogeno si rivela furtivo, in dimensioni di gran lunga superiori all’influenza e, probabilmente, senza precedenti negli annali della microbiologia. L’equipaggio della portaerei Theodore Roosevelt è stato contaminato. La Marina lo ha quasi testato per intero e i suoi medici hanno scoperto che il 60% delle persone infettate non avevano mai presentato sintomi palesi.

Un numero enorme di casi non scoperti sarebbe considerato una buona notizia nel caso in cui le infezioni producessero un’immunità durevole. Sembra però che le cose non stiano così.

Diecine di tests del sangue vengono per ora utilizzati per scoprire anticorpi, ma nessuno ha una certificazione della FDA: producono risultati confusi e contraddittori, per cui è impossibile per il momento rilasciare quell’autorizzazione per il rientro al lavoro che la presenza di anticorpi garantirebbe.

La ricerca più recente (la si può consultare nel sito Web ”LitCovid” del National Instituts of Health) suggerisce che il Coronavirus conferirebbe un’immunità limitatissima e potrebbe diventare permanente al pari dell’influenza. In assenza di significative mutazioni, le seconde e le terze infezioni sarebbero probabilmente meno pericolose per i sopravvissuti, ma ad oggi non abbiamo alcuna dimostrazione che lo saranno di meno per le persone non infettate appartenenti ai gruppi ad alto rischio. Avremo ancora a lungo a che fare con il mostro Covid-19.

Sapevano che sarebbe accaduto

La malattia, però, non è l’irruzione di uno sconosciuto totale, di un asteroide biologico. Per quanto il suo potere di contagio sia inaspettato per un Coronavirus, la pandemia corrisponde perfettamente allo scenario da tempo descritto di un’epidemia di influenza aviaria.

Da quasi una generazione, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e tutti i principali governi pianificavano il modo per portare allo scoperto una pandemia del genere e di rispondere a questa. Da allora, la comprensione internazionale dell’esigenza di una rapida individuazione, di rilevanti scorte di forniture mediche d’urgenza e di disponibilità di posti letto per terapie intensive è sempre stata chiarissima. Ancor più importante, i membri dell’OMS sono stati concordi sulla necessità di coordinare la propria risposta sulla base delle direttive accolte con il voto favorevole di tutti. Ci si era resi conto immediatamente di come fosse cruciale contenere la pandemia fin dal suo primo apparire: tramite l’individuazione che avrebbe permesso di generalizzare i tests, di isolare i casi sospetti e di ricercarne i contatti. Le quarantene su larga scala, la chiusura delle città, la chiusura di larghi settori dell’economia avrebbero dovuto costituire soltanto misure di ultima istanza e la pianificazione generalizzata di misure preventive avrebbe potuto renderle inutili.

Animato da prospettive del genere, dopo l’influenza aviaria del 2005, il governo statunitense ha reso pubblica un’ambiziosa “Strategia nazionale contro l’influenza pandemica”, basata sulla constatazione che, a tutti i livelli, il Sistema sanitario pubblico negli USA era assolutamente impreparato ad affrontare un’epidemia su grande scala.

La strategia è stata rimessa a punto dopo la paura suscitata dalla pandemia porcina del 2009. Nel 2017, la settimana prima dell’insediamento di Trump, la squadra uscente di Obama e la nuova amministrazione Trump hanno proceduto insieme a una simulazione su vasta scala per valutare le reazioni delle agenzie federali e degli ospedali alle seguenti ipotetiche pandemie: l’influenza porcina, il virus Ebola e il virus Zika.

La simulazione ha naturalmente dimostrato l’incapacità del sistema di impedire le epidemie e, per lo stesso motivo, di appiattirne in tempo i picchi. Una parte dei problemi rivelati dalla simulazione riguardava l’individuazione e il coordinamento. Un’altra era costituita dall’insufficienza di scorte. Inoltre, le catene di approvvigionamento ed evidenti strozzature, ad esempio la dipendenza da alcune aziende all’estero per la produzione di essenziali attrezzature di protezione. Infine, l’incapacità di fondo di acquisire efficacemente i progressi rivoluzionari della biologia nel corso del passato decennio per predisporre un arsenale di nuovi antivirali e vaccini.

In altri termini, gli Stati Uniti erano impreparati e il governo lo sapeva.

La catastrofe ha fatto crollare le pedine del domino

A fine gennaio si sono verificati tre avvenimenti.

In primo luogo, benché l’OMS avesse rapidamente distribuito centinaia di migliaia di kits e di tests concepiti da scienziati tedeschi, l’agenzia internazionale è stata esautorata rapidamente, con ogni nazione che chiudeva le proprie porte, ignorando tutti i precedenti impegni in fatto di aiuto reciproco.

In secondo luogo, tre paesi dell’Asia orientale, con a disposizione buone attrezzature sanitarie e un sistema centralizzato (Corea del Sud, Singapore e Taiwan) hanno contenuto la malattia con una mortalità minima e periodi contenuti di distanziamento sociale. Dopo le prime catastrofi che hanno permesso al virus di sfuggire attraverso il traffico aereo e costretto a chiudere Wuhan, la Cina si è mobilitata su una scala senza precedenti pur di spegnere rapidamente tutti i focolai di Covid-19 al di fuori di Wuhan.

In terzo luogo, i nostri Centers for Disease Control and Prevention (CDC) [Centri di prevenzione e controllo della malattia, principale agenzia sanitaria pubblica statunitense] hanno deciso di creare propri kits diagnostici anziché usare quello distribuito dall’OMS. Il Covid-19 ha contaminato le linee di produzione dei CDC e i kits di tests erano inutilizzabili.

Si è sprecato l’intero mese di febbraio, mentre i tests e la ricerca dei contatti sarebbero ancora stati utili a frenare la crescita esponenziale della malattia. È stata la prima catastrofe.

La seconda si è avuta nel marzo 2020, quando il sovraccarico di casi gravi e critici ha preso a gravare sugli ospedali. Quando questi hanno cominciato a mancare di respiratori, maschere N-95 e ventilatori, si sono rivolti ai rispettivi Stati federali, poi al National Strategic Stockpile (il magazzino strategico nazionale), che era appunto stato concepito in vista di un’epidemia come il Covid-19. Ma gli armadi erano, diciamo, vuoti. Il deposito era ampiamente esaurito nel 2009, durante il panico per l’influenza porcina, poi a causa di una serie di crisi ulteriori. L’amministrazione Trump era stata regolarmente avvertita a più riprese del suo obbligo di legge a ricostituire le scorte. Ma le sue priorità erano altre: il ridimensionamento del bilancio dei CDC; la liquidazione dell’Affordable Care Act (meglio noto sotto il nome di “Obama Care)”.

In conseguenza di questo, milioni di lavoratori statunitensi hanno dovuto affrontare la malattia negli ospedali, nelle case di riposo (EMS. EHPAD), i trasporti in comune e i depositi di Amazon senza l’indispensabile protezione, la cui produzione costa solo pochi soldi.

Niente è tanto emblematico del totale venir meno ai propri compiti da parte dell’amministrazione Trump quanto il fatto che segue: Il giorno stesso in cui il presidente vantava la «ineguagliabile superiorità scientifica e tecnologica degli Stati Uniti», il New York Times dedicava una pagina a “Come cucire a casa una mascherina”.

Da À l’encontre,

Traduzione di Titti Pierini

Dal sito: http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=3163:2020-07-03-13-58-38&catid=20:ipocrisie-e-dimenticanze&Itemid=31