Fiume rosso siberiano, bomba metano e tipping point

di Ugo Poce* –

È ormai a tutti noto che l’atmosfera si sta riscaldando dall’inizio dell’industrializzazione e che il riscaldamento è in gran parte dovuto all’anidride carbonica emessa nella combustione del carbone e del petrolio, ma non tutti sanno che ad esso contribuisce pesantemente anche il metano, un altro potente gas dell’effetto serra.

È altresì a tutti noto che l’aumento della temperatura media sul pianeta è di 1,1°C, ma pochi sanno che non è omogeneo, infatti in alcune zone, dette hot spot, l’aumento è maggiore. Nel Mediterraneo è già di 1,7°C  (le previsioni al 2050 dicono intorno ai 3,5°C), all’interno dei Circoli polari di 2,7°C solo negli ultimi 10 anni ma con punte locali di oltre 4°C nell’Oceano Artico, nella zona del Mare di Kara addirittura 4,7°C.

Nel momento in cui viene scritto questo articolo la Siberia sta subendo una eccezionale settimana di caldo con temperature record di 30°C dopo un maggio con 10°C oltre la media e le foto satellitari plasticamente mostrano la gravità del disastro ambientale del fiume Ambarnaya e del lago Pjasina che attraversa perché le sue acque sono diventate rosse e spiccano tra il verde della tundra.

La dinamica dell’incidente è ormai chiara: è dovuto alla fusione del permafrost, il suolo tipico delle terre vicino al Circolo polare artico, si sono riversate nel fiume 21.000 tonnellate di gasolio perché hanno ceduto le fondamenta di un enorme serbatoio della più grande industria mondiale di nickel e palladio, la Norilsk Nickel. Il permafrost è un terreno più duro del cemento ma ora l’acqua perennemente ghiacciata che lo permea si sta sciogliendo, nelle industrie e nelle case su di esso costruite le crepe si allargano, tanti palazzi devono essere sfollati, tante le fabbriche costrette a chiudere.

Un recente rapporto del servizio federale del governo russo Rosgidromet rende più terrificante il pericolo del rapido cambiamento climatico che sta avvenendo nelle regioni della Siberia settentrionale. Lo spessore del permafrost nella penisola di Yamal dove ci sono giganteschi impianti di estrazione di gas è diminuito di 26 cm, nel grande centro petrolifero di Nadym è calato di 38 cm, dove si trovano le immense fabbriche della Norilsk Nickel si è ridotto del 22%. Sul permafrost poggiano buona parte dei 75.000 Km di oleodotti e gasdotti che attraversano la Siberia e potrebbero presto provocare pericolosi sversamenti ma se iniziano a cedere le fondamenta dei grandi centri industriali l’ambiente sarebbe esposto a sostanze chimiche letali, a rischi biologici e radiazioni.

Però c’è di peggio, il mondo scientifico da anni getta l’allarme sulla bomba metano.

In modo analogo a ciò che avviene ai cibi nel freezer quando la corrente viene a mancare, lo scongelamento dell’acqua nel permafrost consente a batteri e funghi di riprendere a moltiplicarsi e a nutrirsi con le enormi quantità di foglie e altri residui organici presenti nel suolo. Il loro metabolismo produce metano e una enorme quantità rischia di essere liberato nell’aria.

Che il metano sia in gran parte emesso anche nei processi digestivi degli animali dei grandi allevamenti intensivi presenti nell’Amazzonia deforestata e che sia un gas serra trenta volte più potente dell’anidride carbonica è noto. La ovvia conseguenza che i media non spiegano e che i governi si rifiutano di ammettere è che questa bomba metano farebbe aumentare in pochi decenni ancor di più la temperatura sul pianeta rendendo impossibile qualunque intervento in quanto questo fenomeno è in corso non solo in Siberia ma anche in Alaska e nei fondali costieri dell’Oceano Artico, il cui aggettivo glaciale è ormai caduto in disuso perché in buona parte non è più ricoperto di ghiaccio. 

Lo scioglimento del permafrost non è un incidente ma l’ennesimo avvertimento del nostro pianeta, come in tutte le altre complesse e articolate conseguenze provocate dallo squilibrio degli ecosistemi. C’è una scarsa consapevolezza della grave crisi ecologica e climatica a cui stiamo andando incontro, invece sarebbe più opportuno iniziare a parlare di Crisi Planetaria e a leggere il problema con una visione più ampia, complessa e lungimirante.

Nel caso degli oceani, il riscaldamento delle acque provoca imponenti migrazioni verso i poli di specie animali e vegetali alla ricerca di acque più fresche e lo stesso avviene nelle terre emerse. Anche la specie homo sapiens fugge dai cicloni, alluvioni e siccità in modo analogo: un crescente numero di profughi ambientali lasciano il Sahel e il Centro America tentando di raggiungere l’Europa e il Nord America perché le foreste tropicali si stanno trasformando in savane e le savane in deserti.

Il calore provoca anche l’espansione termica delle acque oceaniche, e se a questo si somma l’afflusso delle acque di fusione dei ghiacci antartici, montani e della Groenlandia ciò determina un ovvio forte innalzamento del livello del mare. In Cina, in Senegal, in Sud America, in Italia le acque salate del mare invadono le coste e rendono inutilizzabile l’acqua dei pozzi. In Bangladesh, milioni di diseredati costieri hanno dovuto abbandonare i campi, gli animali e le case, si accalcano in sterminate bidonville alla periferia della capitale Dacca che ha raddoppiato il numero dei suoi abitanti in pochi anni. Talvolta li incontriamo per strada, sono i pochi fortunati che sono riusciti ad arrivare da noi.

Per problemi di rifiuto psicologico, di inusuale scala più grande o più piccola, di provincialismo culturale, di colpevole omertà o di difesa di grandi interessi economici, questi rapidi cambiamenti planetari vengono spesso rigettati o sottovalutati: le persone si lamentano o si limitano a sterili proteste, quando non si fanno convincere ad astrusi complottismi da risibili argomentazioni.

In realtà in Siberia si continua a estrarre quel petrolio che dovremmo lasciare nelle profondità del suolo, ma pochi sanno che questa attività è in tutto il mondo sostenuta da ingenti contributi statali. Circa 18 miliardi di euro l’anno nel nostro paese, una cifra pari ad una finanziaria che, se ogni anno fosse destinata al dissesto idrogeologico, creerebbe centinaia di migliaia di posti di lavoro evitando le tante vittime dei “disastri naturali” ogni volte rimpiante nei riti commemorativi.

Innumerevoli studi affermano che le spese per riparare i danni sono di gran lunga più alte degli interventi di prevenzione ma i media evitano di informare compiutamente su questo paradosso, sempre si rifugiano in generici buoni propositi evitando le scomode connessioni tra le notizie.

Quando affermano che il nostro pianeta è “tuttattaccato” poi suddividono la crisi planetaria in climatica, ambientale, economica, umanitaria, sanitaria, ecc. L’errore che commettono è grossolano perché la Crisi Planetaria è una sola, va subito affrontata nel tempo rimasto (per alcuni scienziati è già scaduto) e va risolta nel suo insieme con un radicale cambio di paradigma.

È del tutto evidente che sarebbe necessario fermare subito gli allevamenti intensivi e le fonti fossili dirottando i sussidi statali sul riassetto idrogeologico, sostenendo al contempo la piantumazione di miliardi di alberi (cosa che stanno già facendo con successo molti dei paesi più poveri per fermare la desertificazione e la deforestazione), rigettando gli interventi “cerotto” del Green New Deal o di incerte soluzioni tecnologiche che rimandano solo la “cura” e non risolvono la contraddizione dell‘infinita crescita energetica, estrattiva e produttiva su un piccolo pianeta come il nostro.

La miopia che trasuda dai media fino ai comodi divani degli homo sapiens geograficamente più fortunati e benestanti, ma anche dagli articoli delle riviste alternative che ancora si attardano a dibattere con analisi stantie, viene svelata dalle foto satellitari perché è impossibile non vedere il rosso del fiume siberiano inondato dal gasolio.

Quella sottile linea rossa è l’emblema del cedimento delle fondamenta di un Sistema produttivo folle e insostenibile, dell’incapacità dei Governi di fronte ad una crisi che è ben più ampia del solo riscaldamento climatico, dell’inadeguatezza di chi continua a sottacere, sottovalutare o a rimandare.

Nelle case, nelle assemblee popolari, nelle piazze piene di giovani è oggi urgente discutere e decidere con una più ampia e lungimirante visione del pianeta, non continuare a tergiversare perché domani, quando le conseguenze della Crisi Planetaria saranno diventate irreversibili, non potremo dire “non sapevamo”.

*biologo, presidente di Planet 2084