Epidemie dell’Antropocene

Giulio Calella intervista Daniel Tanuro –

Il capitalismo sconvolge il rapporto tra uomo e natura. Quando i governanti non riescono più a negarlo, come stavolta, reagiscono con una politica di classe, autoritaria, poliziesca e neocoloniale, arroccata nello stato-nazione

La pandemia viene di solito presentata come un fenomeno «naturale» e «imprevedibile». In realtà diversi studi scientifici e istituzioni internazionali avevano preconizzato la comparsa di nuovi virus di origine animale dopo la Sars. Tuttavia, esattamente come succede a chi da anni lancia gli allarmi sul riscaldamento climatico, sono rimasti completamente inascoltati. Daniel Tanuro, ingegnere agricolo e studioso ambientalista belga tra i maggiori teorici dell’ecosocialismo, definisce quella in corso un’«epidemia dell’antropocene», le cui cause sono fortemente legate agli effetti sull’ecosistema del modo di produzione capitalistico. Si tratta di una crisi sanitaria ed ecologica che prefigura gli scenari futuri: la crisi climatica può approfondire i suoi effetti da un momento all’altro, e «quando succederà tutti i rappresentanti politici dovranno agire, anche coloro che hanno negato l’evidenza. E si muoveranno esattamente come si muovono oggi di fronte alla pandemia». Il virus ha però l’effetto di rafforzare le rivendicazioni ecosocialiste, che se a molti apparivano lunari fino a qualche mese fa, oggi si rivelano urgenti anche per contenere il contagio: produrre di meno, trasportare di meno, lavorare di meno e condividere di più. 

Sostieni che la pandemia in cui siamo immersi più che un ritorno alla peste del Medioevo sia un primo passo dentro un futuro caratterizzato da quelle che chiami «epidemie dell’antropocene». Ci spieghi cosa si intende con questa definizione e per quale motivo, per origine e modalità di propagazione, si può sostenere che questo virus sia anche un prodotto dell’evoluzione del modo di produzione capitalista?

Il fenomeno che stiamo vivendo è molto moderno e per nulla arcaico. La definisco «epidemia dell’antropocene» perché molto probabilmente l’emergenza del Sars-CoV2 è il risultato di un salto di specie: come l’Hiv, la Sars, il Mers, lo Zika, la Chikunguya, l’Ebola e altri, questo virus è passato da una specie animale all’essere umano a cui si è adattato infettandolo e creando una zoonosi. C’è un ampio consenso scientifico che sostiene che questi salti di specie siano favoriti dalla deforestazione, dall’estrazione dell’oro dai fiumi auriferi, dalla distruzione degli ambienti naturali, dal commercio delle specie selvagge, dall’agricoltura industriale e dalle monocolture dell’agrobusiness. L’apparizione delle zoonosi non è quindi un fenomeno «naturale» ma è al contrario una manifestazione del fatto che le relazione tra gli esseri umani e il resto della natura è gravemente sconvolta dal modo di produzione capitalista, estrattivista e produttivista. Non solo l’emergere del virus ma anche la sua diffusione sono storicamente determinati: è del tutto evidente che la velocità di propagazione della malattia è stata fortemente favorita dalla sempre maggiore intensità dei trasporti aerei tra un numero sempre più vasto di megalopoli, all’interno delle quali la povertà crescente ha un ulteriore effetto di accelerazione del virus dovuto in particolare alla crisi abitativa.

Secondo alcuni studi c’è una relazione tra il contagio da Covid-19 e la presenza di polveri sottili, evidenziando come chi vive in aree con alti livelli di inquinamento dell’aria sia più incline a sviluppare problemi respiratori cronici, che sono terreno fertile per gli agenti infettivi. Secondo te esiste una relazione di questo tipo?

Non sono un medico nè un virologo. Non posso che constatare che alcuni ricercatori italiani hanno messo in evidenza una correlazione significativa tra l’infezione e l’alto livello di inquinamento atmosferico da polveri sottili, che caratterizza in particolare la Lombardia e la regione di Wuhan. La stessa correlazione è stata poi confermata da alcuni scienziati dell’università di Harvard. In questi due studi sono state prese precauzioni per evitare distorsioni legate, ad esempio, alla densità della popolazione, all’età media o ad altri fattori. La conclusione sembra quindi solida: l’inquinamento atmosferico crea terreno fertile per il Covid-19 perché provoca disturbi respiratori cronici. Si tratta evidentemente di un’ulteriore ragione per definire quella che viviamo un’«epidemia dell’antropocene». Recentemente ho scoperto che una correlazione di questo tipo era già stata evidenziata da ricercatori cinesi nel caso della Sars nel 2003. Ed è stato un ulteriore avvertimento non preso in considerazione dai decisori politici. 

Pensi che la reazione politica e le misure intraprese dai vari paesi di fronte alla pandemia possano prefigurare il modo in cui le classi dirigenti affronteranno il disastro climatico quando non potranno più ignorarlo? Cosa dovremmo pretendere di diverso? 

Assolutamente. Da questo punto di vista, sebbene la situazione sia drammatica, la pandemia ha un merito: ci mette in guardia. Ci avverte che sperimenteremo catastrofi più gravi di questa se lasciamo il produttivismo capitalista proseguire la sua opera di distruzione del pianeta. Il parallelo è davvero sorprendente: da quando esiste l’Ipcc [il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni unite, Ndr], i governi sono più informati dei rischi climatici di quanto non lo fossero dei rischi pandemici. Ma non hanno fatto nulla, o quasi nulla. Nel 2019, le emissioni mondiali di COsono state superiori del 60% rispetto a quando fu firmata la Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici nel 1992. La concentrazione di questo gas serra nell’atmosfera non ha precedenti dal Pliocene, 1,3 milioni di anni fa, quando il livello degli oceani era di circa trenta metri più alto di oggi. Anche le proiezioni sono costantemente riviste al rialzo: recentemente, i ricercatori hanno stimato che i mari potrebbero innalzarsi di 1,3 metri entro il 2100 per il solo effetto dell’espansione termica delle masse d’acqua (senza tener conto della dinamica delle calotte glaciali, che non sono calcolabili). La spada di Damocle della crisi climatica può cadere sulla nostra testa da un momento all’altro. Quando succederà i politici dovranno agire, anche quelli che hanno negato l’evidenza. E si muoveranno esattamente come si muovono oggi di fronte alla pandemia: con una politica di classe, autoritaria, poliziesca e neocoloniale, subordinata agli interessi padronali, stringendosi attorno al proprio stato-nazione e lasciando al loro destino i più marginali, i più sfruttati – in particolare donne e migranti – le persone anziane e i bambini. La pandemia dovrebbe quindi spingere i movimenti sociali a mettere in campo una battaglia per un piano anticapitalista che io riassumo con la formula «produrre di meno, trasportare di meno, condividere di più». L’enorme sfiducia che colpisce i politici neoliberisti che si mostrano incapaci di proteggere la salute dei cittadini apre uno spazio per far convergere le lotte attorno all’idea generale di una politica del «prendersi cura», come dicono le ecofemministe. Prendersi cura delle persone e della natura, con prudenza, rispetto ed empatia.  

Dopo una crisi economica globale senza precedenti come quella che vivremo nei prossimi mesi ci sarà un grosso sforzo di ricostruzione economica post-virus. Dobbiamo temere che la ricostruzione si possa rivelare una «bomba a orologeria per il clima» guidata dal paradigma produttivista e dalle strade più veloci e inquinanti per raggiungere i livelli di profitto pre-crisi?

Esiste il rischio che la ricostruzione economica si trasformi in una «bomba a orologeria per il clima». Ma non è inevitabile, dipenderà dalle resistenze sociali e dalle lotte che incontreranno nel loro cammino. Gli esponenti più intelligenti della classe dirigente lo sanno bene e ne sono preoccupati. Temono che la rabbia per una gestione di classe, razzista e sessista della pandemia possa favorire l’ascesa e l’estensione dell’ondata di rivolte di massa per i diritti sociali e democratici che hanno scosso molti paesi del Sud del mondo nel 2019, e ha fatto capolino anche in alcuni paesi del Nord (in particolare la Francia con il movimento dei Gilet Gialli e i prolungati scioperi contro la riforma delle pensioni). Temono anche che ci possa essere una convergenza tra queste rivolte sociali e il movimento mondiale contro la crisi climatica. Qualcuno ha evocato anche il rischio di «focolai rivoluzionari». Sperano di scongiurare questo rischio invocando un «nuovo patto sociale» (la pace sociale!) come dopo la Seconda guerra mondiale. Improvvisamente settori dei movimenti sociali, compresi i sindacati (ma non solo), iniziano a illudersi di potersi limitare ad accompagnare una svolta sostanziale dei governi occidentali verso politiche democratiche, per la giustizia sociale ed ecologica. Io credo che sia un errore. L’obiettivo delle classi dominanti è disinnescare i rischi sociali vendendo l’illusione di un «new deal» o di un «green new deal» che in realtà non figura nella loro agenda (l’inconsistenza del «green deal» dell’Ue è un indizio inconfondibile). Mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso: la pandemia non è finita, regna grande incertezza sulla sua durata e sulla resilienza dell’immunità acquisita da chi si è già ammalato, e non è nemmeno sicuro che si riuscirà a sviluppare un vaccino… Per questo più che correre a trattare per un pacco di noccioline in cambio della pace sociale e della «ripartenza», i movimenti sociali si dovrebbero organizzare per far convergere e radicalizzare le proprie rivendicazioni. I padroni sono spaventati dalla situazione creata dall’epidemia? Bene, facciamogli ancora più paura! Una politica contro le disuguaglianze sociali, democratica ed ecologica non può avvenire senza modificare i rapporti di forza sociali esistenti. 

Per contenere il contagio in diversi paesi si è data assoluta centralità ai comportamenti responsabili dei singoli cittadini, permettendo invece spesso alle fabbriche di continuare produzioni non essenziali con rischi ben maggiori per la diffusione del virus rispetto a qualsiasi movimento individuale. Ci vedo un parallelo con il tentativo di dare una veste «morale» alle cause e alle possibilità di uscita dall’inquinamento attraverso i comportamenti dei singoli senza attuare nessun cambiamento strutturale. Ma il parallelo con la questione ecologica c’è anche sulle misure di cui avremmo bisogno per ridurre le emissioni e quelle per contenere il contagio: blocco delle produzioni non essenziali (e inquinanti), riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, chiusura dei grandi centri commerciali favorendo le filiere corte e i negozi di quartiere, aumento dei trasporti pubblici e riduzione di quelli privati, anche quelli di merci favorendo il chilometro zero e l’agroecologia rispetto all’agricoltura industriale. La necessità di contenere il virus può diventare un’occasione per dare maggior forza alle rivendicazioni ecosocialiste?

La tua domanda contiene già in parte la risposta. Sta facendo più il virus per il clima di quanto hanno fatto i governi per più di venticinque anni. Fornisce la prova che è possibile ridurre le emissioni globali di gas serra tra il 6 e il 7% su base annua. La condizione per farlo è produrre di meno e trasportare di meno, cosa evidentemente incompatibile a lungo termine con l’accumulazione capitalistica. Detto questo, il virus si muove alla cieca, seminando morte, miseria e disoccupazione. Noi invece possiamo muoverci consapevolmente per la democrazia e la giustizia sociale. Ciò implica, come dici, sopprimere le produzioni e i trasporti inutili, ridurre radicalmente il tempo di lavoro senza perdere salario, sviluppare l’agroecologia, le filiere corte, i trasporti pubblici gratuiti e funzionanti, garantire a tutte e tutti l’accesso a un’acqua potabile di qualità. Ciò implica anche socializzare i settori energetici, altrimenti continueremo a bruciare combustibili fossili, incrementando il riscaldamento climatico e lo scioglimento del permafrost [terreni perennemente ghiacciati, Ndr] rilascerà virus provenienti da tempi antichi. Ma non bastano solo le rivendicazioni ecologiste. Per rimuovere i focolai dove il virus potrebbe annidarsi c’è bisogno ad esempio di garantire a livello mondiale il diritto effettivo a una casa decente e adottare una politica sul diritto d’asilo degna di questo nome, con la soppressione dei Centri di detenzione temporanea e la libertà di circolazione e di fermarsi a vivere in qualsiasi punto del pianeta terra. La necessità di questo cambiamento completo di paradigma politico, un cambiamento ecosocialista, è ancora più forte e radicale se si tiene conto del fatto che la pandemia di Covid-19 non sarà probabilmente l’ultima pandemia che dovremo affrontare. Se le stesse cause producono gli stessi effetti, nel futuro si produrranno altre zoonosi e potrebbero anche essere più devastanti di questa. È indispensabile allora una risposta strutturale che preveda la fine della deforestazione, dell’agroindustria, dell’industria della carne, del commercio di specie selvatiche, ecc. In fin dei conti, la necessità è che il 99% della popolazione possa autodeterminare, collettivamente, la produzione della propria esistenza, di quella dei propri figli e della natura che la circonda. Questa produzione oggi è nelle mani del capitale, che se ne accaparra e la pianifica in funzione dei propri interessi. Più che mai dobbiamo espropriare gli espropriatori che – per dirla con Marx – «esauriscono le uniche due fonti della ricchezza: la terra e il lavoratore».

Daniel Tanuro, ingegnere agricolo, è tra i maggiori teorici dell’ecosocialismo. In italiano ha pubblicato L’impossibile capitalismo verde (2011) e È troppo tardi per essere pessimisti (2020) entrambi per Alegre. Giulio Calella, co-fondatore di Alegre, è membro del desk della redazione di Jacobin Italia