Dialettica di una pandemia. Capitalismo nella natura / natura del capitalismo

di Michele Nobile*

«L’organismo e l’ambiente non sono in realtà determinati separatamente. L’ambiente non è una struttura imposta agli esseri viventi dall’esterno, ma in realtà è una creazione di quegli esseri. L’ambiente non è un processo autonomo ma un riflesso della biologia della specie. Proprio come non esiste un organismo senza un ambiente, così non esiste un ambiente senza un organismo» (Richard Levins-Richard Lewontin, The dialectical biologist, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1985, p. 99)

Premessa 

In questo e in altri articoli porterò degli esempi storici e fornirò dei concetti di base intorno alla questione delle grandi transizioni epidemiologiche connesse a fondamentali cambiamenti socioecologici, con la finalità di porre il problema di una nuova possibile transizione epidemiologica. Quest’ultima certamente non corrisponde all’idea prevalente che se ne aveva negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso: d’un mondo pressoché liberato dalle malattie infettive, grazie ai progressi tecnologici e alla modernizzazione sociale – cioè capitalistica – dei Paesi detti in via di sviluppo. È una visione messa in crisi anche dall’emergere di nuove malattie e agenti patogeni a cavaliere dei secoli XX e XXI e dal riemergere o dalla continua persistenza di malattie ben note e importanti quanto a costo di vite e sofferenze. È anche quanto mostra la pandemia di Covid-19, un fenomeno inedito per velocità, estensione e profondità dell’impatto sociale ed economico mondiale, per quel che rivela dei sistemi sanitari dei Paesi capitalistici più avanzati, per l’uso propagandistico e polemico della pandemia nelle relazioni internazionali, per il rischio che comporta per l’Africa, l’India e l’America latina, dove temo possa divenire devastante, ben al di là dei casi per ora accertati.  

Tempi storici, geologici e biologici: Antropocene o Capitalocene? 

Il cambiamento climatico e la pandemia di Covid-19 hanno questo in comune: ciascuno a suo modo sono fenomeni globali e, con diversi orizzonti temporali e differenti cause materiali, entrambi sono figli della modernità, in un caso incarnata dal consumo esponenziale di combustibili fossili conseguente dall’industrializzazione, nell’altro dalla compressione spazio-temporale derivante dall’intensificazione dei trasporti aerei e delle comunicazioni intercontinentali, a sua volta risultato della globalizzazione dei flussi di capitale. Inoltre, esiste un filo diretto che lega le malattie e la proliferazione e/o lo spostamento di vettori di malattie infettive verso latitudini più settentrionali – specialmente zanzare e roditori – e il riscaldamento globale, in particolare in occasione delle oscillazioni delle temperature oceaniche El Niño (più calde) e La Niña (più fredde). Per apprezzare una parte della dialettica tra clima, ecologia e salute umana si consideri che le malattie trasmesse da vettori costituiscono circa il 17% delle malattie infettive mondiali, con una mortalità annua di oltre 700 mila persone (1). E, può essere sorprendente, ma mentre i Paesi posti nelle latitudini tropicali continuano a detenere il primato della somma di vecchi e nuovi agenti patogeni, sono i Paesi capitalistici più avanzati a detenere il primato dei nuovi patogeni, alcuni espressione di mutazioni e ricombinazioni di virus in modernissimi allevamenti industriali o della resistenza dei batteri agli antibiotici. Anche gli enormi e insalubri slum cresciuti intorno a tante megalopoli e grandi città dei Paesi «in via di sviluppo» fanno la loro parte, concentrando dense masse umane nella povertà e nella suscettibilità a malattie infettive.

Nel complesso, si è verificata una notevole omogeneizzazione della distribuzione dei patogeni specifici degli umani e a trasmissione diretta, un fatto che «ha come determinanti maggiori fattori socioeconomici (densità della popolazione umana, utilizzo di farmaci antibiotici, pratiche agricole), che si aggiungono a condizioni ecologiche e ambientali che possono interessare la distribuzione complessiva dei patogeni umani (emergenti e non-emergenti)» (2). Inoltre, pare che dagli Ottanta del secolo scorso sia in corso un processo di riduzione del numero di moduli o gruppi di Paesi che condividono un gran numero di malattie, così costituendo delle unità epidemiologicamente distinte: da 21 nel 1965, questi moduli si sarebbero ridotti a 8 nel 2000 (3). Lo si vede nel grafico, ripreso da un lavoro di Serge Morand (specialista dell’ecologia dei parassiti): nella parte alta (A) è riportato il numero di epidemie (outbreak, ha un significato più ampio di epidemia) tra il 1950 e il 2010; nella parte inferiore (B) la riduzione dei valori della modularità nello stesso periodo. S’intende perché nell’epidemiologia il termine globalizzazione è diventato usuale.

Al di là dell’esatta quantificazione dei moduli, la loro riduzione può considerarsi indicativa di qualcosa che va oltre la contingenza d’una particolare epidemia e dell’occasionale diffusione d’un patogeno a causa dell’intensificazione dell’accresciuta mobilità internazionale. 

Si tratta di un fatto strutturale che, considerando insieme sia il processo di distribuzione delle epidemie sia le persistenti differenze socioeconomiche tra le grandi aree o moduli, è una trasformazione omologa allo sviluppo ineguale e combinato del capitalismo: la geografia delle malattie è la sedimentazione dell’ecologia del passato ma anche delle trasformazioni dell’economia mondiale e dei suoi rapporti di potere. Infatti, per essere più precisi, il cambiamento climatico, la persistenza di ben note malattie e la diffusione di nuovi patogeni – di cui la pandemia di Covid-19 è esempio – sono manifestazioni del processo di sviluppo e di mondializzazione dell’economia capitalistica, strutturalmente caratterizzata dal dinamismo dello sviluppo ineguale e combinato, dall’appropriazione e dallo sfruttamento di tutte le risorse umane e naturali del pianeta, dall’estensione e dall’accelerazione della velocità dei flussi di capitale in tutte le sue forme. 

Tra organismi e ambienti esiste una dialettica bidirezionale e questo è tanto più vero per quel particolare organismo sociale-naturale che è la società mondiale della specie Homo sapiens. Non è un caso che in geologia sia recentemente sorta l’idea che all’Olocene sia subentrato l’Antropocene – l’Era dell’Uomo – era geologica contraddistinta dagli effetti climatici ed ecologici dell’attività umana, prodotti nel corso di un paio di secoli ma con maggiore intensità dopo la Seconda guerra mondiale. Se si vuole usare un termine che non solo descriva gli effetti ma indichi la causa di questa nuova era geologica bisognerebbe però dire Capitalocene: Era del Capitalismo (4). L’indicazione della causa implica anche una precisa prospettiva politica, per cui la direzione che la storia sociale ha impresso alla storia naturale del pianeta può essere invertita solo rovesciando i rapporti di potere, economici e politici, che plasmano la prima. 

Se si condividono questi concetti non può essere motivo di sorpresa che la transizione di stato del clima planetario costituita dal Capitalocene produca anche una transizione epidemiologica: un cambiamento delle relazioni tra gli umani e i loro parassiti, parte integrante dell’ambiente in cui da sempre è immersa la vita sociale. Le variazioni del clima hanno sempre influito sulle epidemie, direttamente come nel caso del colera e attraverso il proliferare e il movimento dei vettori animali, indirettamente attraverso la sinergia di più fattori, tra cui carestie e migrazioni che accrescono il numero di umani suscettibili d’infezione. Il clima ha sempre influito sulla disponibilità di cibo, e fame e malattie sono sempre state in rapporto (in entrambe le direzioni). 

Della dialettica capitalismo-nella natura/natura-nel-capitalismo: il caso esemplare della coevoluzione di virus e società

Occorre applicare l’idea della mondializzazione capitalistica alle relazioni tra sociale e naturale e svilupparla fino alle ultime conseguenze. Se si porta fino in fondo questa operazione mentale si potrà comprendere che non si tratta di relazioni tra entità esterne. Non abbiamo la separazione di società capitalistica e natura – da cui avrebbero origine i problemi ecologici – ma una dialettica tra quello speciale organismo che è la società umana, nella sua attuale e contraddittoria configurazione storica, e l’insieme degli ambienti del pianeta. Riprendo una efficace formula di Jason Moore: la relazione non deve essere concepita in modo dicotomico, come capitalismo e natura, ma come dialettica di capitalismo-nella natura/natura-nel-capitalismo, come una doppia internità in cui l’enfasi cade sull’unità dei termini e sulla loro reciproca trasformazione (5), insieme alla trasformazione nel tempo e nello spazio della stessa relazione, che è ecologicamente contraddittoria e motivo di conflitti sociali. Quindi, se i rapporti sociali devono sempre essere strutturalmente intesi come rapporti socioecologici di produzione, anche il capitalismo è parte del mondo naturale e la natura è incorporata in questo rapporto sociale, parzialmente ma in modi, con una profondità e un’estensione senza precedenti nella storia dell’umanità. Il motore del processo è l’impulso all’estrazione tendenzialmente senza limiti di plusvalore, la definizione in forma astratta – monetaria – della ricchezza, la mercificazione di ogni aspetto della vita sociale e delle materie del pianeta, la spirale della riproduzione allargata del capitale, che comporta l’abbattimento delle barriere sociali e naturali all’accumulazione e, quindi, l’appropriazione e la trasformazione della geografia e dei sistemi ecologici del pianeta. Al momento del tempo storico raggiunto dall’umanità, il suo destino si gioca su diverse scale spaziali ma quella determinante è, in definitiva, la dimensione mondiale delle relazioni socioecologiche. 

Assumendo che la natura sia parzialmente incorporata nella riproduzione allargata del capitale e nei suoi circuiti internazionali, diviene possibile superare la dicotomia tra sociale e naturale, sostituendola con una dialettica che trasforma entrambi i poli della relazione e che può rendere conto delle trasformazioni di questa relazione nel tempo e nello spazio, simultaneamente in tutte le sue dimensioni: microbiologica, ecologica, epidemiologica, economica, di politiche nazionali e internazionali.

La storia dell’impatto del mondo microscopico dei parassiti sulle società umane si presta bene a esemplificare la dialettica sopra accennata. I virus, in particolare, sono un caso esemplare proprio perché sono le entità di maggior successo darwiniano della biosfera, sotto tutti i punti di vista: numero, varietà, adattabilità. Occorre meditare su questa affermazione dell’epidemiologo Tony McMichael, pioniere degli studi sugli effetti del cambiamento climatico sulla salute: «nel complesso, le malattie infettive, in quanto potenziali assassini di bambini, sono state probabilmente un agente più importante della selezione naturale nell’uomo rispetto al clima o alla dieta» (6), anche perché per le specie del genere Homo è sempre stato più facile difendersi collettivamente dai grandi predatori che dai microscopici parassiti. I parassiti hanno accompagnato ogni passo della storia dell’evoluzione del genere Homo e del sistema immunitario: trovarono rifugio nelle pelli che vestivano i nostri antenati e ospitalità negli animali via via addomesticati nel corso di millenni e nelle più grandi popolazioni umane rese possibili dall’agricoltura, poi nelle prime grandi civiltà. Sono sempre stati con noi e dentro di noi (addirittura, una percentuale del Dna umano deriva da retrovirus), evolvendosi con gli scambi tra specie animali domestiche e selvatiche fino a compiere il salto di specie anche verso gli umani, cambiando insieme alle società che li ospitavano: è fuorviante intendere questa storia come relazione con una natura esterna al sociale. Eppure solo recentemente, a cavaliere degli anni tra la fine del secolo scorso e i primi del XXI, questa relazione è stata indagata con un approccio metodologico nello spirito di Marx; nello stesso arco di tempo, sulla spinta dell’emergenza di nuove malattie e di epidemie internazionali, del progresso della microbiologia nell’identificazione dei patogeni e del riemergere di malattie già note, sono stati pubblicati studi scientifici che avvalorano una visione dialettica delle relazioni tra società e parassiti. Di particolare interesse sono le ricerche sull’emergere di nuove malattie a causa di trasformazioni degli ecosistemi locali indotte dall’espansione della frontiera dello sfruttamento commerciale della terra; gli studi circa gli effetti del cambiamento climatico sulla distribuzione e la proliferazione dei vettori di patogeni; le ricerche sulle malattie generate nel circuito internazionale del capitale dell’allevamento industrializzato. Su scale e in situazioni diverse, questi lavori hanno una visione ecologica nel senso più ampio. Il salto di qualità che si richiede è nel passaggio dalla descrizione degli effetti dell’attività umana (deforestazione, industrializzazione ecc.) alla definizione delle cause e della logica del sistema. In tutti questi casi il rapporto sociale – il capitalismo – non solo si muove dentro ma incorpora (parzialmente) la natura, l’organizza e la trasforma, mentre la natura si adatta a questa nuova relazione, a sua volta cambiando la relazione, anche nella forma dell’azione dei vettori e dei patogeni, generando quella che per noi umani è una contraddizione. È per questo motivo, dell’inestricabile e contraddittoria relazione dialettica società-natura, che il rapporto sociale di produzione può dirsi rapporto socioecologico, oltre la dicotomia tra società e natura e i determinismi e riduzionismi in un senso o nell’altro. La pandemia di Covid-19 evidenzia quanto sia necessario mettere a fuoco questo problema, anche a livello teorico. E questo può estendere e radicalizzare la prospettiva politica. 

Ritengo che la dinamica più recente delle malattie – in particolare delle zoonosi, malattie d’origine animale – sia l’equivalente microbiologico di quel che il cambiamento climatico è su scala macroscopica: entrambi sono sintetica espressione di molteplici processi, paralleli e in sinergia tra loro, che esprimono il complesso delle relazioni socioecologiche e i risultati dello sviluppo e dell’espansione del capitalismo su scala mondiale. Non solo il clima globale e gli ecosistemi evolvono insieme alla società, ma anche il micromondo dei batteri e dei virus e le vecchie e nuove malattie (mentre si modificano gli habitat dei loro vettori: zanzare, roditori, primati, pipistrelli, bovini, uccelli acquatici, pollame). I fenomeni del micromondo biologico e del macromondo sociale sono connessi. Essi sono in relazione causale con l’espansione degli ambienti incorporati nell’economia mondiale e con l’intensificazione qualitativa delle tecniche di sfruttamento capitalistico di vegetali, animali non-umani e umani. 

Le crisi ecologiche ed epidemiologiche come crisi endogene al capitalismo

L’obiettivo che mi propongo è mettere a fuoco quella che potrebbe dirsi una biopolitica anticapitalistica, che comprenda ma vada oltre l’impostazione di Michel Foucault. Si tratta di definire la natura multidimensionale e strutturale della coevoluzione di società e parassiti: dell’intreccio dello «sguardo clinico» con i poteri statali e di questi con i poteri economici e la logica del capitale, degli effetti epidemiologici della disuguaglianza sociale all’interno dei singoli Paesi e dello sviluppo ineguale e combinato su scala mondiale, della contraddittorietà dei pur notevoli successi della medicina e della modernizzazione capitalistica. Questa contraddittorietà si manifesta nel peso notevolmente diverso che hanno le malattie infettive e quelle non trasmissibili, rispettivamente tra le classi e categorie sociali più povere e più ricche e, presi nel complesso, tra i Paesi sottosviluppati e quelli capitalistici avanzati; e nel fatto che in alcuni Paesi – esemplare il caso della Cina – il peso delle malattie infettive da tempo endemiche si combini con quello delle più moderne «patologie della ricchezza», inerenti alla crescita della disuguaglianza sociale e al successo del capitalismo cinese. Altra espressione della contraddittorietà delle relazioni socioecologiche è che spesso sono i successi della modernizzazione e delle tecniche più moderne che producono o permettono la diffusione di nuovi patogeni, sia attraverso la colonizzazione o distruzione-ricreazione di sistemi ecologici, sia attraverso la creazione d’ambienti artificiali come gli allevamenti industriali, oppure per selezione naturale di ceppi e vettori più resistenti ai farmaci e ai prodotti usati per contrastarli. 

Se invece d’impostare il discorso critico nei termini di capitalismo e natura si applica coerentemente la visione dialettica, capitalismo-nella-natura/natura-nel-capitalismo, ne consegue che le crisi ecologiche, tra cui le epidemie, devono essere concepite come crisi endogene ai rapporti socioecologici di produzione. Da questo una serie d’implicazioni. 

Il senso profondo dell’idea di limite naturale assoluto ed esterno alla società è ricordare che gli umani sono parte della natura, entità finite e mortali, come individui e come collettività. Tuttavia, come il concetto di metabolismo (Stoffwechsel) o ricambio organico tra società e natura, questo concetto ha lo stesso status che la produzione in generale ha in Marx. Non è solo un gioco di parole, ma quello di un limite naturale assoluto ed esterno alla società è un concetto-limite. Per essere analiticamente e praticamente incisivo il concetto di limite naturale deve essere precisato individuando i diversi meccanismi causali sociali e naturali nelle diverse scale del tempo e dello spazio, quindi determinandolo in modo dialettico e relativo, come contraddizione socioecologica. Teoricamente, ritengo che questa visione ponga su basi più solide la prospettiva anticapitalistica dell’ecosocialismo e che sia coerentemente alternativa a quella neo-malthusiana e interclassista, che non attacca alla radice i poteri economici e politici. Inoltre, è abbastanza flessibile da rendere conto non solo dell’insorgere dei problemi socioecologici (tra cui le malattie) e dell’intensificazione delle contraddizioni fino ad esplosioni catastrofiche – e al possibile superamento del limite estremo – ma anche delle politiche con cui il sistema tenta d’adattarsi alle contraddizioni socioecologiche, cercando di spostarle nel tempo e nello spazio, perfino di farne motivo di formazione di nuovi rami dell’industria e dei servizi, della convocazione di grandi conferenze mondiali e della stipulazione di trattati internazionali, dell’istituzione di multimilionarie e illuminate fondazioni benefiche, del lancio d’iniziative per lo sviluppo sostenibile e via elencando. Non si tratta solo di retorica, perché la politica dell’ambiente esiste e nello sviluppo del capitalismo i progressi della tecnologia sono continui e sistematici. Tuttavia, la cura dei sintomi attraverso la razionalità strumentale del progresso tecnologico non elimina le radici più profonde dei problemi socioecologici: le prospettive del clima mondiale non sono fauste; la sesta estinzione di massa delle specie continua; e incombe una nuova e sgradevole transizione epidemiologica, mentre per troppa umanità il persistere di sottonutrizione e malattie endemiche esprime i rapporti di potere contemporanei tra gli umani, non un mero retaggio del passato o un fato inevitabile. 

Quindi il problema dei problemi è la logica della normale «fisiologia» del sistema. Se i rapporti sociali di produzione possono essere più precisamente qualificati come rapporti socioecologici di produzione, allora i movimenti sociali che scaturiscono dai problemi ecologici, tra cui si possono annoverare quelli sanitari, hanno obiettivamente una potenzialità anticapitalistica non seconda al conflitto tra capitale e lavoro. Anche più dei tradizionali movimenti degli sfruttati – a cui in parte si sovrappongono e con cui possono e dovrebbero convergere – questi movimenti pongono le questioni del cosa e del come produrre, di quali siano i bisogni prioritari; pongono il problema non solo di chi deve gestire la produzione e l’economia ma anche della sua finalità più ampia, l’obiettivo di trasformare la relazione società-natura, che è tra le condizioni di fondamentali diritti sociali: alla vita e alla salute. La grande difficoltà dei sistemi sanitari degli Stati più potenti del mondo ad assorbire l’impatto della pandemia di Covid-19 è un sintomo del problema.  

Nei termini della teoria evoluzionistica degli equilibri punteggiati, l’avvento del Capitalocene e di quella che appare come una nuova transizione epidemiologica possono essere caratterizzati, appunto, come una punteggiatura: un processo non graduale e relativamente veloce sui tempi geologici, in cui possono svolgere un ruolo importante anche eventi di estinzione catalizzati da grandi variazioni climatiche, prima che subentri la stasi di un nuovo equilibrio tra nuove specie e ambiente. Non spingiamo troppo oltre l’analogia, ma è importante cogliere gli aspetti della rapidità, della globalità, del rischio di disastri umanamente inaccettabili (la natura non si crea né si distrugge né si salva: sempre si trasforma). Anche la macroevoluzione sociale non può essere ridotta al gradualismo dei cambiamenti microevolutivi e deve essere concepita su scala mondiale. Il problema da risolvere è quello dei vincoli che la struttura del potere sociale e la frammentazione della società umana in Stati – che quel potere concentrano e proteggono – impongono negativamente a una trasformazione socialmente ed ecologicamente giusta e razionale. Per così dire, il Dna del capitalismo è abbastanza variabile, ma è molto ben custodito. 

D’altra parte, è dal seno degli antagonismi sociali che possono sorgere possibilità di riorientare il flusso della vita umana e non umana di questo pianeta, con una nuova forma della dialettica società-nella-natura/natura-nella-società, da cui l’umanità non può evadere perché è l’essenza della nostra natura di animali sociali.

Prospettive

Il presente è il primo di una serie d’articoli – in effetti un tutt’uno – in cui inizio a spiegare concretamente quanto sopra abbozzato. Il punto di vista è quello della lunga-lunghissima durata e delle trasformazioni globali nello spazio, sia perché occorre definire concetti di portata generale da determinare storicamente con i meccanismi socioecologici che agiscono nello sviluppo ineguale e combinato del capitalismo su scala mondiale, sia perché, ragionando su questo livello, si può meglio cogliere la peculiarità del capitalismo. 

Sono note provvisorie, con un filo logico ma certamente più appunti che una trattazione sistematica, che richiede ben altro spazio e competenze. Vi confluiscono riflessioni personali della seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso, successive alla pubblicazione del mio libro Merce-natura ed ecosocialismo (1993) (7), in particolare sui rapporti organismo/ambiente e sul modello politico evoluzionistico del riformismo «ecologico» capitalistico; letture antiche e recenti sulla storia delle malattie e della sanità, specialmente connesse alle epidemie d’influenza aviaria e suina nel nuovo secolo e alla storia delle relazioni tra gli Stati e della sanità internazionale; e infine, ma non meno importante, l’esigenza d’organizzare conoscenze e vecchie intuizioni e di metterle finalmente nero su bianco in un quadro coerente, azione sospesa per anni a causa del subentrare d’altre esigenze e progetti ma non più rinviabile a fronte della situazione pandemica attuale.

Uno degli articoli di questa serie sarà sotto l’insegna dell’autocritica dell’ecosocialista. Autocritica di chi scrive, ma che non è solo personale perché – si giudichi quanto riuscito il tentativo – in quel libro del 1993 mi sforzai di tener conto dello stato dell’arte della letteratura internazionale dell’ecosocialismo e dell’ecologia politica e d’applicare nel modo migliore la visione dell’ecosocialismo di quella fase, non ancora superata. L’ecosocialismo mira a definire la specifica radice sociale dei problemi ecologici nel rapporto di produzione capitalistico (e, in alcuni casi, dello pseudosocialismo sovietico e maoista) ma, per quanto la visione dialettica capitalismo-nella natura/natura-nel-capitalismo in linea di princìpio non gli fosse affatto estranea, essa era spesso offuscata e non coerentemente applicata per cui, nel complesso, l’ecosocialismo è rimasto ancorato alla visione dicotomica capitalismo e natura, del problema ecologico come caso di alienazione dalla natura invece che conseguente dalla contraddittorietà dell’interpenetrazione dialettica, prodotto dell’unità tra i termini attraverso la comune sussunzione della natura e degli uomini al processo di riproduzione allargata del capitale. Questo vale innanzitutto per chi scrive. Ora il mio vuole essere un contributo allo sviluppo dell’ecosocialismo nella direzione di una più consapevole e coerente visione e applicazione della dialettica capitalismo-nella natura/natura-nel-capitalismo. 

* articolo apparso sul sito https://utopiarossa.blogspot.com

1. https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/vector-borne-diseases    

 2. Kate E. Jones, et al., «Global trends in emerging infectious diseases», Nature, vol. 451, 21 febbraio 2008, p. 991.  

3. T. Poisot, C. Nunn, S. Morand, «Ongoing worldwide homogenization of human pathogens», BioRxiv, 2014, https://www.biorxiv.org/content/10.1101/009977v1; i grafici sono tratti da Serge Morand, «Diversity and origins of human infectious diseases», in Michael P. Muehlenbein, a cura di, Basics in human evolution, Academic Press, 2015, p. 411.  

4. Ian Angus, Facing the Anthropocene. Fossil capitalism and the crisis of the Earth system, Monthly Review Press, 2016; Jason W. Moore, a cura di, Anthropocene or capitalocene? Nature, history, and the crisis of capitalism, PM Press Oakland, 2016; Jason W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, introduzione e cura di Alessandro Barbero e Emanuele Leonardi, Ombre corte, Verona 2017.

5. Jason W. Moore, Capitalism in the web of life. Ecology and the accumulation of capital, Verso, Londra 2015.

6. Tony A. J. McMichael: Human frontiers, environments and disease. Past patterns, uncertain futures, Cambridge University Press, Cambridge 2001, p. 60, corsivo mio.

7. Michele Nobile, Merce-natura ed ecosocialismo, ed. Erre Emme, Roma, 1993. Si vedano anche di chi scrive: «Movimenti sociali ambientalisti e partiti verdi», in Ecologia, movimenti verdi e capitalismo. Materiali introduttivi su marxismo ed ecologia, edizioni Punto Rosso, Milano, 1994 (con testi di Tiziano Bagarolo, «L’ecologia e il rapporto uomo-natura», di Claudia Rosani, «Produzione e ambiente nella teoria economica dominante» e James O’Connor, «La seconda contraddizione del capitalismo: cause e conseguenze»); «Stato e ragione ecologica. Per la critica delle politiche ambientali», Giano n. 27, settembre-dicembre 1997, ora in http://utopiarossa.blogspot.com/2014/07/stato-e-ragione-ecologica-per-la.html; «Per la critica delle politiche ambientali», Giano n. 28, gennaio-aprile 1998, ora inhttp://utopiarossa.blogspot.com/search?q=Stato+e+ragione+ecologica; «Stato, politiche ambientali e prospettive dei movimenti ambientalisti», Giano n. 32, 1999; «Astrazione del lavoro e astrazione della natura. Sulle politiche ambientali», in Capitalismo e conoscenza. L’astrazione del lavoro nell’era telematica, a cura di Lorenzo Cillario e Roberto Finelli, ed. Manifestolibri, Roma, 1998. Segno di amicizia e di un altro comune interesse connesso alla critica totale del capitalismo, Tiziano pubblicò nel suo blog – che purtroppo mi risulta chiuso – un mio testo inedito (nel 2009, il testo è del 1995): A partire dall’origine. Note intorno alla parentela e al dominio e alla importanza politica dell’antropologia, http://tbagarolo.blogspot.com/2009/08/partire-dallorigine-di-m-nobile.html, che ora si può leggere qui http://stefano-santarelli.blogspot.com/2010/10/dall-origine-di-michele-in-attesa-degli.html