Il convitato di pietra della crisi planetaria

di Ugo Poce (Planet 2084)

La specie umana ha pericolosamente alterato le condizioni del pianeta nel quale vive e, per la prima volta nella sua storia, deve risolvere in poco tempo una Crisi planetaria di immani dimensioni.

E’ una Crisi complessa e articolata, ma sopratutto interconnessa e dinamica.

Com’è ormai a tutti noto, i ricorrenti fenomeni meteorologici estremi sempre più intensi sono causati dal rapido aumento di temperatura dell’atmosfera terrestre, ma c’è una minore consapevolezza dello squilibrio degli ecosistemi perché si manifesta con fenomeni poco evidenti, come l’acidificazione degli oceani o la rapidissima estinzione di altre specie.

Come avviene quando ci si preoccupa di abbassare la “febbre” invece di curare la “malattia”, la nostra specie tenta di risolvere la crisi climatica generata dall’energia utilizzata per prelevare le risorse naturali poi trasformate in merci senza preoccuparsi del dissesto ambientale che tutto questo ha provocato.

Questa pratica, caratteristica della specie umana, è diventata critica quando ha cominciato ad inseguire il mito della crescita produttiva infinita con la rivoluzione tecnologica e industriale iniziata nel XVIII secolo. Le enormi quantità di energia e di materia consumata e l’enorme conseguente accumulo di scarti produttivi hanno alterato i complessi equilibri dinamici che regolano gli ecosistemi, quegli stessi equilibri che avevano permesso alla nostra specie di evolvere da due milioni di anni e di aumentare di numero.

La Crisi planetaria svela così un primo inscindibile legame tra crisi ecologica e crisi climatica.

Il modello produttivo che sostiene la crescita illimitata ha avuto alcune conseguenze dalle quali non si può prescindere. Negli ultimi due secoli, sopratutto negli ultimi decenni, la ricchezza generata si è concentrata nelle mani di pochissimi il cui potere si è espanso a dismisura (poche centinaia di magnati hanno la stessa ricchezza di alcuni miliardi di persone), allo stesso modo gran parte del consumo delle merci, molte delle quali superflue, è fatto da una piccola percentuale di popolazione mondiale mentre miliardi di persone non possono permettersi quelle necessarie, 800 milioni neanche l’acqua e l’elettricità. Oggi, con il peggiorare della situazione climatica e ambientale, le zone più povere e popolose del mondo si destabilizzano ancora di più facendo esplodere i flussi migratori (secondo l’OIM saranno da otto a dieci volte di più tra 30 anni), una crisi migratoria difficile da arrestare.

E’ riduzionista pensare di risolvere separatamente la deforestazione, le death zones marine, il landgrabbing, la desertificazione dei suoli agricoli, l’emissione del gas serra metano dagli allevamenti intensivi di quasi 100 di miliardi di animali, lo scioglimento dei ghiacci, i flussi di profughi climatici provocati da cicloni, siccità e alluvioni, dall’innalzamento del mare che erode zone costiere densamente abitate, la perdita di biodiversità che accelera in un’estinzione di massa che mette a rischio anche la specie umana, ecc.

Si potrebbe continuare a lungo intersecando in modo diverso questi enormi problemi, forse converrebbe iniziare, senza mezzi termini, a usare idee e parole diverse per questa Crisi planetaria generata dal mito della infinita crescita produttiva di merci e del loro diseguale consumo.

Quella che ci viene offerta e nella quale siamo spesso inconsapevolmente immersi è una visione del mondo “miope e stupida” (Donella Meadows, la redattrice di “I limiti dello sviluppo”, si esprime così al minuto 20 del filmato al link). Lo è ancor di più oggi dopo che la Scienza ha dimostrato la “Grande Accelerazione” con cui gli ecosistemi corrono verso il punto di collasso ma non sa dire quando succederà il primo.

Oggi sappiamo che diversi ecosistemi già manifestano i primi cedimenti e che le conseguenze sono imprevedibili. Il collasso potrebbe avvenire domani o a fine secolo ma inevitabile se il modello produttivo attuale non viene sorretto da qualche incerta magia della Tecnica oppure se non cambia radicalmente adeguandosi ai limiti imposti dal piccolo pianeta che ci ospita (sono gli scenari “business as usual” e “natural” descritti dall’IPCC, l’organismo dell’ONU delegato dai governi di tutto il mondo a fornire i dati scientifici per le loro decisioni).

Come si è potuto capire durante la pandemia, i politici decidono sulla base delle indicazioni che la Scienza fornisce su ciò che “non si deve fare”, sui rischi, sui limiti entro quali muoversi ma il virus ha anche mostrato la miopia della Politica quando si ostina a non programmare e prevenire limitandosi ad interventi “cerotto” che falliscono in breve tempo e la sua stupidità quando si affida a illusorie tentazione tecnologiche spinta da altri interessi.

In pochi mesi il coronavirus ha mostrato quanto la crisi sanitaria sia legata e possa aggravare la crisi economica preesistente, ma anche di quanto il pianeta risenta di alcuni elementi cardine del mito produttivo infinito: le foto di fiumi trasparenti, del ritorno dei delfini nei porti e dei limpidi cieli della Cina da sole hanno fatto capire cosa significa inquinamento e globalizzazione, da sole hanno risposto ai presidenti negazionisti che guidano il Brasile e gli USA.

Difficile dimenticare l’impennarsi delle curve nei grafici dei primi giorni della pandemia, puntavano in alto proprio come quelle dei grafici sul crescente dissesto del nostro pianeta.

Si chiamano “curve esponenziali”, sono tipiche delle emergenze, è indifferente se sanitarie, climatiche, ambientali o migratorie, descrivono la gravità della situazione e il poco tempo a disposizione per cercare di contenere le inevitabili drammatiche conseguenze.

E’ ancora possibile invertire la rotta, ma quali le premesse?

Sapremo distinguere la Scienza capace di dare la certezza del risultato quando propone “soluzioni naturali” che rispettano gli equilibri su cui la vita evolve da un miliardo di anni da quella finanziata da un Sistema che nasconde invisibili e vittime per garantire la ricchezza di pochi, che genera una crisi planetaria di enormi proporzioni, che ci illude con incerte scorciatoie “tecnologiche” invitandoci ad un salto nel buio e forse all’estinzione?

Avremo il coraggio di prendere rapidamente atto di tutto ciò e ripetere il successo della “intelligenza collettiva” che ha quasi sconfitto la pandemia?

Ormai abbiamo tutti gli elementi, la Scienza ce ne fornisce in abbondanza, un virus ha aperto gli occhi a tanti e lo scomodo “convitato di pietra” scansato dai politici ci sta avvertendo.

E’ la Terra a porci davanti ad un bivio: fare una rivoluzione culturale accettando i tempi e i limiti che ci impone, diventando consapevoli che non è possibile trattare con le leggi della Chimica, della Fisica e della Biologia che la governano o tornare alla stupida e miope normalità del business as usual continuando nella insostenibile contraddizione della crescita infinita.

Dovremo distogliere lo sguardo dal nostro piccolo ombelico alzando la testa per guardarci intorno e oltre l’orizzonte, non è più il tempo della lamentela o della sola denuncia, è giunto il momento di affrontare la Crisi planetaria con un’altra visione del mondo, con un’azione antropica radicale e diversa se vogliamo salvare la nostra specie e tutte le altre che vivono su questo piccolo pianeta, così accogliente e amico.