Quando i popoli dell’Est lottavano in nome dell’ideale comunista

Di Catherine Samary* –

La memoria del crollo del blocco sovietico, nel 1989-1991, appare sempre come una raccolta di immagini stereotipate (1). «Nel 1989, spiega il politologo britannico Timothy Garton Ash, gli europei hanno proposto un nuovo modello di rivoluzione non violenta – una rivoluzione di velluto (2)»; un’immagine rovesciata, insomma, rispetto alla presa del Palazzo d’inverno nell’ottobre 1917. Niente parrebbe incarnare questo modello meglio della Cecoslovacchia e del celebre dissidente che ne divenne presidente nel 1989: Vaclav Havel, un drammaturgo rimasto a lungo in carcere durante il regime. Quest’interpretazione attribuisce all’ideologia liberale e ai suoi rappresentanti un peso preponderante nella vittoria dell’Ovest alla fine della guerra fredda. Ma era lo stesso Havel a non crederlo. Nel 1989, ammetteva, «la dissidenza non era pronta. (…) Anche la nostra influenza sugli eventi è stata minima». Indicava poi il fattore decisivo, che si trovava un po’ più a est: «L’Unione sovietica non poteva più intervenire, non poteva rischiare di aprire una crisi internazionale mettendo così a repentaglio la nuova politica di perestrojka [«ricostruzione»]» (3).

Alcuni anni prima, Garton Ash aveva usato il neologismo «refolution», contrazione in inglese di «riforma» e «rivoluzione» (4), per spiegare la combinazione di due elementi nel 1989-1991: la messa in discussione della struttura socioeconomica e politica del sistema esistente in un senso capitalistico (rivoluzionario o controrivoluzionario a seconda dell’ottica), ma mediante riforme imposte dall’alto. Charta 77 – il fronte di intellettuali dell’opposizione al quale apparteneva Havel –, per esempio, manifestava una notevole resistenza alla «normalizzazione» della Cecoslovacchia sotto occupazione, ma non esprimeva alcun consenso sulle sfide socioeconomiche e non poteva contare su alcuna base sociale organizzata.

Tuttavia, all’interno di quei regimi, sono esistite mobilitazioni democratiche di massa: i moti operai nel giugno 1953 a Berlino, i consigli operai in Polonia e in Ungheria nel 1956, la «primavera di Praga» nel 1968 – seguita dal sorgere dei consigli operai cecoslovacchi –, il sindacalismo rivoluzionario di Solidarność («solidarietà») a Danzica, in Polonia, nel 1980. L’interpretazione liberale del 1989 oscura o falsifica questa storia per appropriarsene, presentandola come anticomunista. Invece, quei movimenti popolari lottavano non per ripristinare il capitalismo ma al contrario in nome di ideali socialisti.

Consigli operai in Polonia e Ungheria

La fine del partito unico ebbe il consenso popolare, ma «dietro il Muro, ricordava il filosofo Slavoj Žižek, i popoli non sognavano il capitalismo» (Le Monde, 7 novembre 2009). Il trionfo di quest’ultimo non derivò dalla volontà delle masse, ma da una scelta effettuata dalla nomenklatura comunista: quella di trasformare i suoi privilegi legati alla carica in privilegi legati alla proprietà. Questa «grande conversione» delle élite è stata analizzata (5), ma mancano studi sulla base sociale dell’ex partito unico. Quando quest’ultima si ribellava, non era per chiedere le privatizzazioni. «Ci si può domandare perché sia la classe operaia polacca, fra tutti i paesi dell’Est europeo, a rilanciare periodicamente la lotta di classe, e perché adesso», faceva osservare il giornalista e vecchio militante comunista polacco Victor Fay nel 1980 (6). Tutte le grandi lotte di indipendenza polacche sono state caratterizzate da potenti mobilitazioni operaie che, dopo la seconda guerra mondiale, si dispiegano in un rapporto sottile con il Partito comunista polacco (Partito operaio unificato polacco, Poup), ma anche con la politica cangiante del Cremlino nei confronti dei partiti comunisti est-europei.

Così, la rottura nel 1948 fra il dirigente jugoslavo Josip Broz, detto Tito, e Iosif Stalin, che esprimeva il conflitto fra l’aspirazione alla sovranità di un comunismo nazionale e la politica egemonica del Cremlino, fu accompagnata da purghe «anti-titine» in Polonia, Bulgaria, Ungheria e nella Cecoslovacchia dei processi di Praga. Dopo la morte di Stalin, le scuse pubbliche del suo successore, Nikita Krusciov, ai comunisti jugoslavi e la denuncia dei crimini di Stalin al XX Congresso del Partito comunista dell’Unione sovietica nel febbraio 1956, ravvivano la speranza che Mosca rispetterà i rapporti egualitari, nazionali e sociali, che in teoria strutturano l’universo sovietico. Fino agli anni 1980, tutte le grandi sollevazioni democratiche cercheranno, esplicitamente o nei fatti, di ridurre lo scarto fra la realtà dell’oppressione burocratica e i principi socialisti. Così, l’emergere dei consigli operai in Polonia e Ungheria nel 1956 andava di pari passo con l’esigenza di mettere da parte i dirigenti staliniani e godette del sostegno di membri importanti in ogni partito. Scoprendo i limiti della destalinizzazione dell’Urss, la Jugoslavia titina decide nel 1956 di dare impulso al movimento dei non allineati, e individua nell’autogestione (contrapposta alla pianificazione centralizzata) la «via jugoslava al socialismo».

In Polonia, il ritorno trionfale, nell’ottobre 1956, di Władysław Gomułka alla testa del Poup (dal quale era stato escluso nel 1948), la decollettivizzazione delle terre e i favori accordati all’episcopato mettono in allarme Mosca. Tuttavia, la professione di fede comunista del dirigente polacco e la sua promessa di rispettare il «grande fratello sovietico» spingono il Cremlino a concentrarsi sull’Ungheria. La Polonia sfugge all’intervento sovietico, ma i consigli operai vengono canalizzati, anche se le università ottengono diritti di autogestione – e del resto la minaccia di metterli in discussione provocherà l’esplosione studentesca del 1968.

Nel decennio successivo, le fiammate di scioperi operai contro i progetti di aumento dei prezzi esprimevano la forza di un attaccamento al binomio «egualitarismo» e «stabilità del lavoro», che fonda quello che l’economista Michael Lebowitz analizza come una sorta di «contratto sociale» (alienato) mediante il quale il partito unico cercava di stabilizzare il proprio dominio, in nome dei lavoratori e sulle loro spalle (7). La legalità socialista, che faceva dei produttori i proprietari dei mezzi di produzione, si espresse ripetutamente nell’emergere di consigli operai in seno alle imprese, e nella concomitante denuncia dei privilegi della nomenklatura comunista. I dirigenti non furono mai visti come proprietari legittimi. Fu la restaurazione capitalistica post-1989 ad affermare il loro vero potere di proprietà, per esempio quello di vendere le fabbriche e di far scoprire alle masse la disoccupazione capitalistica.

Il partito e le imprese

Intanto, il partito-Stato aveva il potere di gestire le imprese, e lo utilizzava per stabilizzare il proprio dominio in altri modi rispetto alla repressione. Il sindacalismo ufficiale concentrava così la propria azione sulla distribuzione di un reddito sociale, non monetario e associato all’occupazione nei combinat, sotto forma di accesso all’alloggio, al sistema sanitario, ai centri per le vacanze, ai negozi. Nell’ultimo decennio di vita dell’Urss, oltre il 60% dei redditi operai proveniva da questi fondi collettivi in natura (8). Con questo sistema, tutte le scelte e i meccanismi economici (compresi i prezzi) venivano percepiti, a giusto titolo, come politici. Da qui la dinamica ben presto sovversiva degli scioperi che quasi spontaneamente si spostava dalle questioni economiche alla rivendicazione dei diritti sociali e di proprietà riconosciuti come legittimi.

Negli anni ’60, alcune riforme della pianificazione centralizzata cercarono di ridurre gli sprechi e migliorare la qualità dei beni prodotti, ma senza accrescere in maniera sostanziale i diritti dei lavoratori. Si trattava di introdurre un’autonomia di gestione delle imprese e di incitare i direttori a comprimere i costi, il che minacciava il contratto sociale. Questi tentativi furono bloccati da scioperi (in Polonia) o sfociarono, grazie alla mobilitazione sociale, in un ampliamento delle libertà e dei diritti dei lavoratori nelle imprese, come nel 1968 in Cecoslovacchia. In Jugoslavia, il «socialismo di mercato» conobbe una fase di arresto agli inizi degli anni ’70 dopo la fiammata di scioperi e lotte politiche (il «giugno 68» di Belgrado) contro le disuguaglianze e la «borghesia rossa». La violenta repressione degli scioperi polacchi nel 1970 portò alla caduta di Gomulka, sostituito dall’ex minatore Edward Gierek, presidente dal 1970 al 1980.

In Polonia, Jugoslavia, Ungheria, Romania e Repubblica democratica tedesca (Rda), il blocco delle riforme di mercato si accompagnò negli anni 1970 a un’apertura alle importazioni dall’Occidente, destinata a rispondere alla domanda di consumi e a migliorare l’efficienza produttiva con il trasferimento di tecnologie. La crisi del debito in valuta forte che colpisce tutti i paesi (9) si traduce in Polonia in un nuovo tentativo di riforma dei prezzi. Questo scatena una serie di scioperi, bracci di ferro, negoziati che gettano le basi per un’auto-organizzazione operaia in tutto il paese nel 1980-1981. Durante la battaglia per la legalizzazione di Solidarność, si osserva nel sindacato indipendente l’affermarsi di una forte corrente autogestionaria (10). Forte dei suoi dieci milioni di aderenti, due milioni dei quali membri del Partito comunista, nell’agosto 1981 il sindacato indipendente conquista il diritto di tenere legalmente il proprio congresso, nel corso del quale vengono elaborati al tempo stesso un contropotere e un progetto di società ancorato al socialismo e al controllo in forma autogestita delle scelte economiche (11). Che cosa accadde fra il 1981 e il 1989, per permettere la somministrazione, senza grandi resistenze, di una «terapia shock» liberista dopo la caduta del Muro?

L’intellettuale marxista polacco Karol Modzelewski, profondamente coinvolto nella lotta di Solidarność, testimonia una concezione della democrazia che, contrariamente a quella di Havel, non si ferma alla soglia delle imprese. Oppositore di sinistra, in Nous avons fait galoper l’histoire. Confessions d’un cavalier usé (12), egli ritiene come Havel che il corso preso nel 1989 in Polonia e nell’insieme dei paesi dell’Europa dell’Est fu determinato dalla situazione nell’Urss. Ma per Modzelewski, questo significa che i lavoratori polacchi non pesavano più nella dinamica politica. La ragione fu, nel dicembre 1981, l’introduzione della legge marziale da parte del generale Wojciech Jaruzelski. Secondo Modzelewski, a quel punto l’80% degli aderenti lascia il sindacato (forzato alla clandestinità), e un’intera generazione operaia, demoralizzata, arriva a smobilitarsi. Egli distingue due Solidarność: da una parte, il «grande» sindacato solidale e fraterno, «figlio del socialismo» e capace di «far galoppare la storia»; e dall’altra, il secondo sindacato, che emerge trasformato dalla fase della clandestinità: «Non è più un movimento operaio di massa ma una cospirazione anticomunista relativamente ristretta». Così, il ritorno alla legalità intorno alla «Tavola rotonda» del 1989 (13) produsse uno «scontro di valori»: tutto separava le aspirazioni «collettiviste e solidali» del sindacato operaio delle origini dal tipo di «libertà senza uguaglianza e senza fraternità – dunque precario» del nuovo sindacato Solidarność, plebiscitato dall’intellighenzia liberale prooccidentale.

L’esperienza cecoslovacca

Per le vecchie e nuove «élite» del 1989, «l’Occidente era come la Mecca», spiega Modzelewski, registrando il divorzio fra intellettuali e lavoratori. Certamente, al momento del trionfo elettorale del 1989, «quasi tutti assaporarono il gusto della vittoria». Ma «poi, hanno cominciato a perdere: perdere sui salari, perdere il lavoro, perdere il radicamento nella comunità delle fabbriche messe in liquidazione, perdere la certezza dell’indomani e la dignità sociale». La «repubblica polacca autogestita» inscritta nel programma di Solidarność era in contraddizione con la restaurazione capitalistica. Ma avrebbe resistito a un intervento militare sovietico?

Il ritorno sull’esperienza cecoslovacca del 1968 offre argomenti a favore di una storia aperta. L’analisi tradizionale della rivolta praghese, spiega Karel Kovanda (14), il quale vi partecipò da studente, contrappone le forze della burocrazia conservatrice – intorno al segretario del Partito comunista cecoslovacco Antonín Novotný – a quelle dei liberali riformatori incarnati dal suo successore Alexander Dubček, il tutto in un contesto di ristrutturazione dell’economia pianificata. Ma secondo Kovanda, questo divario di superficie ne cela un altro, almeno altrettanto fondamentale, fra i progressisti. Egli parla di «tecnocrati in campo economico e liberali in politica» i quali «erano a favore di riforme ben controllate (…) guidate dall’alto». Si trovavano «all’interno come all’esterno del Partito comunista cecoslovacco [Pct]», come del resto i membri della seconda componente, che Kovanda chiama «democratici radicali». Per questi ultimi, «una partecipazione popolare delle masse era una condizione essenziale per avviare un cambiamento del sistema che non fosse un’operazione di maquillage» – e questo sollevava la questione della mobilitazione dei lavoratori. Per rendere più popolari le riforme, Dubček avanza l’idea di un «socialismo dal volto umano»; i movimenti dal basso la fanno immediatamente propria. Secondo Kovanda, il Consiglio centrale dei sindacati (Uro), uno degli organi più conservatori del paese, ricevette nel corso delle prime settimane del 1968 circa 1.600 risoluzioni di sezioni locali in materia di diritti perduti dai lavoratori, anche nel funzionamento dello stesso sindacato ufficiale. Il quotidiano sindacale Práce lanciò una crociata «chiedendo per i lavoratori i più ampi poteri», mentre, nell’aprile 1968, un editoriale dell’autorevole settimanale Reportér faceva appello a un movimento di autogestione dei lavoratori. Furono elaborate concrete proposte di statuti, particolarmente nelle fabbriche di Čkd, il più grande complesso industriale di Praga, e in quelle di Skoda, a Plzeň. Nell’aprile 1968, il comitato centrale del Pct dovette inserire nel programma la questione dei consigli operai. In uno studio su 95 consigli, pubblicato quell’anno dalla rivista Nová Mysl («Il nuovo spirito»), del comitato centrale del Pct, il sociologo Milos Barta sottolinea «la rapidità con la quale, dopo lo sviluppo del processo di democratizzazione nella società, l’idea di fondare comitati preparatori di consigli operai si è radicata e diffusa (15)». Al momento dell’entrata delle truppe sovietiche in Cecoslovacchia, il 21 agosto 1968, «oltre 350 collettività di lavoratori erano convinte che dal 1° gennaio 1969 sarebbero state guidate da un consiglio operaio». Davanti a questa spinta autogestionaria, il progetto di una riforma sotto stretta sorveglianza tecnocratica svaniva. Le posizioni si divisero non fra conservatorismo e riforme, ma fra democrazia radicale e ritorno nel girone della burocrazia. L’invasione non fece che accelerare questa tendenza. La fabbrica Čkd ospitò nel distretto di Vysočany il congresso clandestino del Pct, che denunciò l’intervento ed elesse un nuovo Comitato centrale, non riconosciuto da Dubček, impegnato con altri dirigenti in una logica di compromesso con il Cremlino. In questo contesto, sottolinea Kovanda, «la “primavera di Praga” avrebbe potuto proseguire nell’autunno solo se il massiccio investimento popolare fosse proseguito», con la «trasformazione delle fabbriche in bastioni della democrazia economica – attraverso i consigli» come «principale priorità». Nel settembre 1968, esistevano 19 consigli; il 1° ottobre, altri 143 iniziavano a funzionare. Alla fine di ottobre, mentre i carri armati del patto di Varsavia (16) pattugliano le strade, il governo ancora guidato da Dubček dichiara, senza che i sovietici glielo abbiano ordinato, che non è «appropriato proseguire con questa esperienza». Ne deriva un’ondata di proteste sindacali, riprese dalla stampa. Come ricorda Kovanda, nel gennaio 1969 – dopo diversi mesi di occupazione–, «i consigli rappresentavano oltre 800.000 persone, un sesto della forza lavoro» (esclusa l’agricoltura). Altri si formano nella primavera 1969. Alla fine di giugno, «si riferiva dell’esistenza di 300 consigli e 150 comitati preparatori», nelle imprese più grandi del paese. Oltre la metà erano membri del Pct. Un’ondata di proteste Ma il contraccolpo era iniziato. Dal gennaio 1969, il Comitato centrale del Partito aveva denunciato gli scioperi di studenti e operai. Lo studente Jan Palach si era dato fuoco il 16 gennaio. Il 17 aprile, Dubček fu estromesso dall’incarico. Nel corso dell’estate 1970, i consigli operai, di fatto già soffocati, furono vietati. La «normalizzazione» era ultimata. Per Jaroslav Šabata, membro della corrente autogestionaria del Pct, eletto al Comitato centrale nel congresso clandestino dell’agosto 1968, i comunisti cecoslovacchi «dovrebbero essere fieri del congresso di Vysočany, che respinse l’invasione da parte del patto di Varsavia»; ma dovrebbero essere meno fieri di avere «essi stessi contribuito al disperdersi» della «democrazia radicale», autogestionaria e sovrana, alla quale quel congresso si riferiva. Invece, il suo consolidamento «avrebbe incoraggiato enormemente tutte le forze riformiste del blocco sovietico e della stessa Urss»(17). Šabata spiegava di aver firmato la Charta 77 perché era necessaria una «democrazia radicale» all’interno del movimento comunista. Ma la dimensione sociale di questa democrazia – assoggettare l’economia a scelte collettive effettuate in un quadro di rapporti sociali egualitari – era ben poco condivisa all’interno di Charta 77. Ed era del tutto incompatibile con il trattamento dei lavoratori nel «capitalismo reale» e nella «costruzione europea» che emergono dopo il 1989. 

* Economista. Autrice del saggio D’un communisme décolonial à la démocratie des communs. Octobre 1917-2017, Éditions du Croquant, Vulainessur-Seine, 2017

(1) Cfr. Jérôme Heurtaux e Cédric Pellen, 1989 à l’est de l’Europe, une mémoire controversée, Éditions de l’Aube, La Tour-d’Aigues, 2009.

(2) Timothy Garton Ash, «1989 changed the world. But where now for Europe?», The Guardian, Londra, 4 novembre 2009.

(3) «Vaclav Havel: “Le régime s’effondrait d’heure en heure”», Le Figaro Magazine, Parigi, 31 ottobre 2009.

(4) Timothy Garton Ash, We the People: The Revolution of ’89 Witnessed in Warsaw, Budapest, Berlin and Prague, Penguin, Londra, 1993.

(5) Georges Mink e Jean-Charles Szurek, La Grande Conversion. Le destin des communistes en Europe de l’Est, Seuil, coll. «L’épreuve des faits», Parigi, 1999.

(6) Si legga Victor Fay, «Unicité du pouvoir politique, pluralité sociale et idéologique», Le Monde diplomatique, agosto 1980.

(7) Michael A. Lebowitz, The Contradictions of «Real Socialism»: The Conductor and the Conducted, Monthly Review Press, New York, 2012.

(8) David Mandel, «Perestroïka et classe ouvrière», L’Homme et la Société, n° 88-89, Parigi, 1988.

(9) Si legga François Gèze, «Le poids de la dépendance à l’égard de l’Occident», Le Monde diplomatique, ottobre 1980.

(10) Cfr. Zbigniew Kowalewski, Rendez-nous nos usines! Solidarność, le combat pour l’autogestion ouvrière, La Brèche-Pec, Parigi, 1985.

(11) Si leggano Tamara Deutscher, «Le pouvoir polonais face à l’exigence de démocratisation de la classe ouvrière», Jean-Yves Potel, «Un projet politique pour la société tout entière», e Ignacio Ramonet, «La montée d’un contrepouvoir dans la Pologne en crise», Le Monde diplomatique, rispettivamente maggio 1981, agosto 1981 e ottobre 1981.

(12) Karol Modzelewski, Nous avons fait galoper l’histoire. Confessions d’un cavalier usé, Éditions de la Maison des sciences de l’homme, Parigi, 2018.

(13) Questa istituzione fu, nel primo semestre 1989, un luogo di dibattito fra membri del governo e movimenti dissidenti fra i quali Solidarność.

(14) Karel Kovanda, «Les conseils ouvriers tchécoslovaques (1968-1969)», À l’encontre, 24 agosto 2018, https://alencontre.org (prima pubblicazione: Telos, n° 28, università di Washington, estate 1976).

(15) «Chronologie et analyse de Milos Barta sur le “mouvement autogestionnaire”», À l’encontre, 20 agosto 2018. Cfr. inoltre Jean-Pierre Faye e Vladimir Fišera, La Révolution des conseils ouvriers, 1968-1969, Robert Laffont, Parigi, 1978.

(16) L’alleanza militare che all’epoca comprendeva i paesi dell’Europa dell’Est e l’Urss.

(17) Jaroslav Šabata, «Invasion or our own goal», East European Reporter, vol. 3, n°.3, Londra, autunno 1988. (Traduzione di Marianna De Dominicis)

fonte: Le Monde Diplomatique edizione italiana marzo 2020 inserto mensile del Manifesto