E qui comando io e questa è casa mia.

I Veri Padroni Invisibili del Vino Italiano.

Di Epifanio Grasso

Gli industriali del vino si considerano sempre più i padroni del vino italiano, dotati del diritto “divino” di delinearne strategie, scelte, percorsi. Una volta, diciamo fino a qualche anno fa, le cose non andavano in questo modo e le grandi aziende, che sono sempre esistite, che hanno perseguito le proprie logiche e curato il proprio business, avevano il buon gusto, ed il buon senso, di tenere il profilo basso, di non millantare di costituire l’avanguardia qualitativa del vino italiano.
Una sorta di “inferiority complex” che non le faceva sentire all’altezza delle piccole aziende del vino e faceva pensare loro di avere strada da fare e miglioramenti qualitativi da raggiungere e magari un piccolo “senso di colpa” per qualche scelta produttiva non perfettamente limpida fatta in passato, scelta che aveva consentito loro di avere successo e fare soldi, le induceva a non esagerare, ad andarci cauti, ad evitare toni tronfi e altisonanti.
Oggi invece, con la crisi economica che continua a mordere e fa sì che non sia sufficiente lavorare bene, fare qualità, metterci tutta la passione possibile per vendere e fare tornare i conti aziendali, le Grandi Aziende del Vino Italiano, che già avevamo visto troppo spesso condizionare pesantemente la politica di molti Consorzi, le scelte, anche in termini di cambi di disciplinare, di importanti denominazioni, hanno gettato la maschera.
E proprio come in una celebre canzone popolare hanno non solo detto “e qui comando io e questa è casa mia”, ma pretenderebbero, forti del loro potere economico, della pubblicità che erogano a riviste specializzate che fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese, e quindi diventano oggettivamente “schiave” degli advertising e sempre più disposte a compiacere i desiderata degli inserzionisti, di apparire come i meglio fichi del bigoncio. Come i produttori simbolo da prendere ad esempio.
Operazione orgoglio aziendale favorita anche dalla compiacenza di presunti esperti e cattedratici, che esaltano il modello industriale e con solenne faccia tosta pretenderebbero per le piccole e medie aziende un ruolo da “ascari della grande industria”.Ma coloro che la fanno da padrone non sono i vari Zonin, Gaja Frescobaldi, Antinori, Banfi, ecc. che, nonostante le loro rinomate ed affermate industrie del VINO, riconosciuto indiscutibilmente come eccellenza dal mondo vitivinicolo, provenendo dal mondo del vino da generazioni intere. Coloro che invece dominano il mercato del vino, entrate già da diversi anni e a a gamba tesa, sono le banche e le  assicurazioni, veri e propri giganti nascosti del vino italiano.
Il Gruppo Generali, per esempio è il primo proprietario terriero della Penisola, uno dei principali in Europa. Attraverso la controllata Genagricola governa 14mila ettari di coltivazioni, 22 aziende agricole nella Penisola e due in Romania. I vigneti targati Generali hanno ormai raggiunto i 760 ettari, le bottiglie prodotte sono 4 milioni. Le tenute più conosciute in Veneto (Sant’Anna, Ca’ Corniani), Friuli, Piemonte (tra gli altri Torre Rosazza e Poggiobello), Emilia-Romagna e Lazio. L’investimento è legato alle esigenze di bilancio di un gruppo assicurativo: diversificare i rischi, rafforzare il patrimonio a fronte degli impegni di lungo periodo assunti con le polizze. Ma anche l’attività agricola deve essere redditizia: Genagricola è socio di maggioranza di Sinodrink, società di trading agroalimentare con base a Shanghai, e vende ogni anno 200 mila bottiglie di vino italiano in Cina. Lo stesso negli Usa, dove Generali controlla Montcalm, leader nella distribuzione di bottiglie con targa tricolore. Come Generali si sono mosse le altre società assicurative. E a proposito della funzione che svolgono i piccoli produttori l’AD di Genagricola, Alessandro Marchionne ( già manager della Galbani, poi della Compagnia Vitivinicola della Ras Assicurazioni) in una sua intervista*  non lascia spazio ad equivoci, da Manager Bocconiano qual è, senza aver mai avuto alcuna esperienza nel mondo del vino e senza mai essersi  sporcato le mani di terra, scendendo in vigna, quindi senza una conoscenza diretta di vini e vigneti, ma semplicemente di finanza e amministrazione aziendale dichiara: ‘il nostro Paese ha un problema di fondo che frena lo sviluppo di un’agricoltura moderna: ci sono circa 1,6 milioni di aziende agricole, con una dimensione media di 4 ettari. Con queste dimensioni vai poco lontano, l’agricoltura moderna ha bisogno di investimenti per crescere. Noi vogliamo essere modello e leader per questa nuova Italia che si sta costruendo anche sull’onda dell’Expo‘. Bocciando senza appello coloro che gestiscono con enormi sacrifici anche un solo ettaro di terra, dichiarando esplicitamente di voler far fuori tutti i piccoli produttori,  che producono  vini artigianali e naturali, difendendo – loro si – la biodiversità e la bellezza del patrimonio ampelografico di cui è piena l’Italia. Il Dott.re  Marchionne fa il manager e in quanto tale difende gli interessi dell’azienda per la quale è pagato, e non ci si poteva aspettare una risposta diversa da chi detiene il primato in ettari sia in Italia, ma anche in Polonia. L’AD di geneagricola, nonostante una facciata moderna fatta di cause related marketing sostenendo cause sociali fa parte assieme ad altri gruppi Bancari e Assicurativi dei veri monopolisti del mercato del vino in Italia.Quali ad esempio UnipolSai che è il secondo gruppo italiano nel ramo danni, con il marchio Tenute del Cerro, gestisce oltre 300 ettari di vigne in Toscana, Umbria e Piemonte.I tedeschi di Allianz hanno trovato nel patrimonio della controllata Ras l’azienda San Felice, con vigneti a Castelnuovo Berardenga (140 ettari nella zona del Chianti Classico), Montalcino (14 ettari) e Perolla, in Maremma (altri 50 ettari).Poi ci sono banche come il Monte dei Paschi di Siena, un colosso agricolo: attraverso la controllata Mps Tenimenti gestisce oltre 800 ettari di terra (quasi 100 quelli a vigneto).
Immobilizzare 800 milioni di euro per una misura di cui i vignaioli non vedranno che le briciole, e che andrà praticamente ad esaurire i fondi destinati al settore, è inaccettabile, soprattutto se la cifra di cui si parla, ossia fino a 80 centesimi al litro, verrà confermata. 80 centesimi in molte zone d’Italia non coprono nemmeno i costi di coltivazione dell’uva, figuriamoci quelli di vinificazione. Ci siano proprio loro, i nuovi padroni invisibili del mondo del vino i quali attraverso un’attività di lobbyng vorrebbero far fuori tutti i piccoli vignaioli, in quanto d’intralcio alle loro politiche espansionistiche e di conquiste sempre più ampie di fette di mercato.Ma di una cosa siamo certi: proposte così assurde, che offendono il lavoro onesto e dignitoso dei piccoli vignaioli non passeranno. perchè il #vinononsiferma, e sono oltre quattrocento piccoli vignaioli a dirlo.E noi come ‘Lieti Calici’ in questa battaglia saremo al loro fianco, difendendo la biodiversità, l’artigianalità, la bellezza e la naturalità dei loro vini. Rivendicando il loro diritto a difendere il loro ettaro – per acuni misero – e i loro vini, la loro storia e la loro dignità