Ecosocialismo: dal virus al clima, uno stesso messaggio

di Daniel Tanuro –

Ok, siamo positivi. Dopo il “Vertice della Terra”[1], le emissioni di CO2 sono aumentate, nonostante tutte le COP, i protocolli, gli accordi, i “meccanismi di mercato”, ecc. Oggi, “grazie” al Coronavirus, viene fornita la prova che è possibile avviare una vera riduzione radicale, dell’ordine del 7% su base annua. A una condizione: produrre di meno e trasportare di meno.

Ovviamente, il Coronavirus non mostra alcun discernimento, nessun piano: riduce ciecamente le emissioni, il che porta ad una esacerbazione delle disuguaglianze sociali e della precarietà, specialmente nei paesi più poveri e a spese delle popolazioni più povere. In definitiva, ciò può portare a carenze di beni di prima necessità. Pertanto, solo i reazionari e/o i cinici possono rallegrarsi dell’impatto climatico dell’epidemia.

Tuttavia, questo caso consente in una certa misura di liberare l’immaginazione. Esempi:

  • perché la riduzione cieca della produzione e dei trasporti non potrebbe lasciare il posto a una riduzione concordata e pianificata, a partire dalle produzioni inutili e dannose?
  • Perché ai lavoratori interessati dall’eliminazione di queste produzioni inutili o dannose (ad esempio le armi) non dovrebbe essere garantito il mantenimento del loro reddito e una riconversione collettiva in lavori socialmente ed ecologicamente utili e gratificanti?
  • Perché la globalizzazione dettata dalla massimizzazione del profitto nelle “catene del valore” delle multinazionali non potrebbe lasciare il posto alla cooperazione decoloniale basata sulla giustizia sociale e climatica?
  • Perché l’agroindustria distruttrice della biodiversità e della salute, che promuove la diffusione dei virus, non potrebbe lasciare posto a un’agroecologia che si occupa della salute umana e dell’ecosistema, fornendo allo stesso tempo significato al lavoro?

È ovvio che queste alternative – e altre, che vanno nella stessa direzione – possono concretizzarsi solo attraverso un cambiamento politico radicale. In effetti, sia di fronte al Coronavirus sia di fronte ai cambiamenti climatici, la risposta dei governi è all’incirca la stessa: negano di fatto le leggi della natura (la diffusione del virus in un caso, l’effetto dell’accumulo di CO2 nell’altro), corrono dietro i fatti in modo da non ostacolare la corsa al profitto, quindi attingono dai loro stessi errori il pretesto per misure di regressione sociale accompagnate da svolte autoritarie.

Oggi possiamo vedere chiaramente, grazie a questo maledetto Coronavirus, che un cambiamento politico radicale deve avere due componenti:

  • da un lato, una componente di misure anticapitaliste. Sono essenziali per rompere con la dittatura che la legge del profitto esercita sulla società. Non entro nei dettagli qui. Diciamo solo questo: di fronte all’epidemia di Coronavirus, il problema chiave è chiaramente la subordinazione della politica sanitaria agli interessi capitalistici, nonché la totale libertà con la quale i capitalisti possono trarre profitto dall’epidemia (speculando o monopolizzando le scorte di materiali e prodotti, ad esempio). La socializzazione dell’industria farmaceutica è uno dei principali obiettivi di un’altra politica. Allo stesso modo, di fronte ai cambiamenti climatici, un asse importante e inevitabile è la socializzazione del settore energetico. E, in entrambi i casi, queste socializzazioni devono essere accompagnate da quella della finanza, che tira le fila.
  • Dall’altro, una serie di misure di democrazia radicale. Non possiamo combattere un’epidemia senza la partecipazione della popolazione e la maggior parte della popolazione non parteciperà a una politica neoliberista-autoritaria che aggrava le disuguaglianze. Ed è la stessa cosa, molto più forte, di fronte ai cambiamenti climatici: gli enormi cambiamenti nelle strutture e nei comportamenti necessari per limitare il disastro non possono essere realizzati senza la partecipazione della popolazione, e la maggior parte della popolazione non parteciperà a una politica neoliberista-autoritaria che aggrava le disuguaglianze. D’altra parte, può partecipare – e anche con entusiasmo! – a politiche restrittive che controlla, di cui ha compreso il bisogno imperativo … se (e solo se) queste politiche migliorano radicalmente le sue condizioni di esistenza e il significato della sua esistenza collettiva.

Questo secondo punto è capitale (nessun gioco di parole!), specialmente quando lo si prende – come deve essere preso – nella sua dimensione Nord-Sud – vale a dire nella sua dimensione decoloniale – e nella sua dimensione di genere – vale a dire dal punto di vista dell’emancipazione delle donne e dell’LGBTQ. In effetti, il discorso verde è spesso costruito attorno all’affermazione secondo cui i drastici cambiamenti richiesti richiedono un forte potere. Esiste una potenziale pericolosa convergenza oggettiva con la destra e l’estrema destra (convergenza che si manifesta anche nella sinistra “populista”). Tuttavia, è vero il contrario. In verità, di fronte al cambiamento climatico è esattamente come di fronte all’epidemia: i drastici cambiamenti che sono necessari non sono possibili che tramite progressi democratici radicali (quindi anche, ovviamente, progressi anti-razzisti, anti-sessisti, anti-omofobi , ecc.). La democrazia più ampia è essenziale per consentire l’assimilazione della sfida, la comprensione delle sue cause profonde, la discussione delle misure da adottare e la loro esecuzione collettiva.

Visto così, in definitiva, il Coronavirus potrebbe avere spin-off ideologici, ecosocialisti, ecofemministi e decoloniali positivi. Peccato che dobbiamo pagarli al prezzo elevato dell’epidemia …

Tratto da https://www.facebook.com/notes/daniel-tanuro/du-virus-au-climat-un-même-message/2870981752966161/

Traduzione a cura della redazione



[1] Il Vertice della Terra, tenutosi a Rio de Janeiro dal 3 al 14 giugno 1992, è stato la prima conferenza mondiale dei capi di Stato sull’ambiente. (NdT)