La crisi degli incendi in Australia

Il 10 gennaio scorso, decine di migliaia di persone in tutta l’Australia hanno manifestato contro l’insufficienza delle misure adottate in risposta all’emergenza degli incendi boschivi australiani e hanno chiesto le dimissioni del governo di coalizione di centro-destra del primo ministro Scott Morrison. Le proteste hanno espresso l’ostilità della gente comune al rifiuto dei successivi governi, laburisti e di centro-destra, di adottare politiche finalizzate a mitigare gli impatti degli incendi boschivi o a intraprendere qualsiasi azione per fermare i cambiamenti climatici, il principale fattore che contribuisce all’intensità della crisi attuale.

Le stime della partecipazione al raduno a Sydney variavano da 30.000 a 50.000. Decine di migliaia hanno manifestato a Melbourne, mentre altre migliaia hanno protestato a Brisbane, Newcastle e in altre grandi città. Le manifestazioni si sono svolte mentre gli incendi continuano a imperversare in vaste aree del paese. Sono state perse almeno 26 vite, distrutte 2.130 case e bruciati milioni di ettari boschivi e di terreni agricoli. Dopo decenni di tagli ai servizi essenziali, gli incendi sono stati in gran parte combattuti dai volontari, mentre le comunità locali sono costrette a gestire le conseguenze del disastro stesso.

Con la stagione degli incendi 2019-2020 tutt’altro che finita, le regioni dell’Australia assomigliano a zone di guerra, con decine di migliaia di persone nelle città e nei villaggi tagliati fuori dal mondo esterno e autostrade intasate dal traffico, mentre i vacanzieri e i residenti fuggono incendi terrificanti. Immagini di persone affollate sulle spiagge, nel timore di avvicinarsi alle fiamme, e di vigili del fuoco mal equipaggiati che affrontano imponenti pareti di fuoco, hanno provocato shock in tutto il mondo. Negli Stati di Victoria e del Nuovo Galles del Sud, che formano la parte sud-orientale dell’isola, l’emergenza è assoluta, con decine di incendi fuori controllo che devastano tutto e rendono l’aria sopra le città australiane la più inquinata al mondo. Il 2 gennaio scorso, l’indice di qualità dell’aria – che sopra i 200 punti è considerato pericoloso per la salute – nello stato di Victoria è salito a 999, risultando il peggiore a livello globale. A Canberra, la capitale, la valutazione della qualità dell’aria è stata rilevata in 340 punti, e alcune aziende sono rimaste chiuse lunedì 6 gennaio. Per dare un termine di paragone, nello stesso giorno a Pechino (una delle città più inquinate al mondo), l’indice era a 170.

Mentre il fuoco divora intere parti del paese, il Primo Ministro australiano di centro-destra Scott Morrison, che ha costruito la sua carriera politica negando la realtà del riscaldamento globale e rifiutando la necessità di una riduzione dell’uso di combustibili fossili, è diventato l’obiettivo legittimo della rabbia popolare. Agli occhi di milioni, impersona la responsabilità dell’élite al potere per le conseguenze sociali del cambiamento climatico in atto e l’impatto drammatico che sta avendo sulla loro vita.

Mentre decine di miliardi di dollari sono stati investiti in spese militari, i servizi antincendio hanno dovuto affrontare tagli ai finanziamenti. Non esiste un servizio di emergenza professionale dotato di risorse adeguate e altamente qualificato per attuare le necessarie misure preventive necessarie ogni anno per contenere gli incendi o per rispondere al tipo di emergenza in atto.

I governi federali e statali australiani non possiedono nemmeno una propria sostanziale flotta di aerei ed elicotteri antincendio, che affittano invece stagionalmente, durante ogni stagione degli incendi. Più di un decennio dopo i catastrofici incendi del Black Saturday del 2009 a Victoria, non è stata ancora messa in atto una politica nazionale per posizionare le linee elettriche, che hanno provocato molti degli incendi, nel sottosuolo.

Per decenni, gli scienziati del clima hanno avvertito che il riscaldamento globale avrebbe intensificato drasticamente l’impatto delle catastrofi meteorologiche in tutto il mondo, compresa la portata e la distruttività degli incendi che scoppiano ogni anno nel continente australiano. Gli avvertimenti sono stati semplicemente ignorati, anche se gli effetti del cambiamento climatico sono stati confermati dall’aumento delle temperature medie. Tra il 2005 e il 2019, l’Australia ha registrato dieci dei suoi anni più caldi in assoluto. Le condizioni di siccità che colpiscono gran parte del continente e che danno origine all’attuale emergenza antincendio non sono aberrazioni, ma una tendenza a lungo termine. Allo stesso tempo, il nord tropicale del continente australiano sta sperimentando un aumento delle precipitazioni, che portano con sé inondazioni e cicloni più frequenti e devastanti. Il principale fattore climatico dietro a questa ondata di caldo è stato un dipolo positivo dell’Oceano Indiano, un evento in cui le temperature della superficie del mare sono più alte nella metà occidentale dell’oceano, e più basse a est.

La differenza tra queste due temperature è attualmente la più marcata degli ultimi 60 anni. E le conseguenze sono state le precipitazioni e le inondazioni che hanno colpito l’Africa orientale e la siccità nel sud-est asiatico e in Australia. Ma c’è di più. La primavera australiana del 2019 è stata la più secca degli ultimi 120 anni (e cioè da quando si ha una serie storica di dati). In alcune zone del Nuovo Galles del Sud e del Queensland le precipitazioni mancano dall’inizio del 2017, e questo ha fatto in modo che le praterie e gli alberi diventassero terreno ideale per gli incendi di queste settimane.

Come le loro controparti in tutto il mondo, i governi australiani, a nome delle élite finanziarie e societarie, si sono rifiutati di prendere atto della realtà. Il capitalismo australiano, il più grande esportatore di carbone al mondo, è stato, per molti aspetti, un capofila a livello internazionale nel resistere a qualsiasi seria misura di riduzione delle emissioni globali di carbonio.

Il governo di Canberra e l’industria mineraria australiana hanno respinto il rapporto del Comitato dell’Onu per il clima, il documento che chiede l’eliminazione graduale di tutte le centrali a carbone entro la metà del secolo, e di lasciare inutilizzate la maggior parte delle riserve di combustibile fossile, per evitare un riscaldamento globale devastante.

Quello che, con ogni evidenza, sta consumando l’Australia, dove il fuoco ha bruciato almeno 10,7 milioni di ettari da ottobre – un’area più grande dell’intera Irlanda – e distrutto oltre 2.100 case. Si stima che siano stati uccisi fino a un miliardo di mammiferi, uccelli e rettili autoctoni e che alcune specie possano essere portate all’estinzione. Senza previsioni sostanziali di pioggia, gli incendi potrebbero bruciare per mesi, mentre le torride condizioni estive lasciano presagire lo scoppio di nuovi incendi pericolosi in aree che non sono ancora state colpite.