Questo sito

Le nostre società sono attraversate da crisi multiple, di natura differente. Crisi climatica e ambientale, crisi finanziaria e crisi economica si intrecciano tra loro, conservando comunque una loro autonomia. Le prime si sviluppano a ritmi sempre più rapidi di fronte ad una sostanziale inerzia dei governi e a quella di un apparato produttivo incapace di modificare i suoi imperativi di fondo; le seconde producono, in un quadro di stagnazione generalizzata, crescenti diseguaglianze sociali e la rinascita di un nazionalismo liberista e autoritario. Insieme danno vita ad una tendenza sempre più marcata all’esplodere di conflitti per l’accesso ai combustibili fossili, all’acqua, al cibo e alla terra coltivabile.

Il riscaldamento globale del pianeta, conseguenza principalmente della combustione dei combustibili fossili che producono un “effetto serra”, è il principale responsabile del cambiamento climatico. Nell’ottobre 2018 il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) ha pubblicato la sua relazione speciale sull’impatto del riscaldamento globale, in cui dimostra che le temperature si sono già innalzate di 1°C ed è in atto un ulteriore aumento di circa 0,2°C per decennio, e stima che vi siano solo 12 anni per contenere l’aumento della temperatura globale a un massimo di 1,5°C sopra i livelli preindustriali ed evitare un disastro ambientale.

Senza un’azione internazionale sul clima immediata e incisiva, l’incremento delle temperature medie in tutto il mondo potrebbe raggiungere i 2°C subito dopo il 2060 ed aumentare in seguito. Il riscaldamento globale, trasformando l’ambiente, aumenta la frequenza e l’intensità di eventi meteorologici estremi e rende più probabili gli impatti climatici irreversibili su larga scala. Il rapporto IPCC anticipa le trasformazioni degli ecosistemi che possono avere luogo al raggiungimento di 1,5-2° di aumento delle temperature: le prime conseguenze sarebbero la scomparsa delle barriere coralline e la perdita della calotta glaciale della Groenlandia, con un conseguente aumento del livello dei mari fino a 7 metri. La perdita di ghiaccio marino artico è già in corso, con impatti negativi sulla biodiversità nella regione nordica e sui mezzi di sussistenza delle popolazioni locali. Il cambiamento climatico è anche strettamente collegato ad altri fenomeni ecologici e sociali – ha un effetto devastante sulla estinzione delle specie viventi e la riduzione della biodiversità, e sulla produzione di cibo nei Paesi tropicali e subtropicali, tra gli altri.

Tutto ciò non è dovuto all’«attività umana» in generale ma al modo in cui questa attività si è sviluppata dopo la Rivoluzione industriale, principalmente come risultato della combustione dei combustibili fossili (petrolio, carbone, gas). In particolare, il ruolo chiave del petrolio in quanto fonte abbondante e a buon mercato di carburante liquido ad alto contenuto energetico ha permesso ai capitali che controllano il settore di occupare una posizione strategica sul piano economico come su quello politico. Assieme ai produttori di carbone, agli elettrici e ai grandi settori dipendenti dal petrolio (automobile, costruzione navale e aeronautica, petrolchimica) le multinazionali del petrolio hanno impedito l’utilizzo delle risorse energetiche, delle tecnologie e degli schemi di distribuzione alternativi, spingendo invece al sovraconsumo e limitando il miglioramento dell’efficienza energetica, sia dei sistemi sia dei prodotti.

Al fondo del fenomeno agisce la logica astratta di un sistema che è finalizzato ad una crescita illimitata e all’arricchimento individuale, la logica capitalistica e produttivistica di accumulazione, logica che si scontra sempre più con la realtà della limitatezza delle risorse naturali e delle capacità naturali di assorbire gli effetti della produzione industriale sull’ambiente.

La prima misura ovvia da adottare è un profondo riorientamento tecnologico che porti alla sostituzione delle attuali fonti di energia con altre energie alternative, non inquinanti e rinnovabili, come l’energia eolica e quella solare, ma questa soluzione si scontra direttamente contro il “realismo” politico dominante e i consolidati interessi dell’industria, in primo luogo petrolifera e del carbone.

Per evitare una catastrofe ambientale è necessario quello che lo stesso rapporto dell’IPPC definisce un “cambiamento trasformativo sistemico” basato su una gestione delle risorse del pianeta collettiva, consapevole e oculata. E’ quindi di fondamentale importanza avanzare una prospettiva di trasformazione che non solo non si faccia a spese dei lavoratori salariati e degli sfruttati, che non sono in alcun modo responsabili delle crisi e delle contraddizioni generate da questo sistema, ma che vada invece a loro beneficio e di cui siano protagonisti. Questa prospettiva deve inoltre costituire una risposta alla crisi sociale profonda, inseparabile dal capitalismo contemporaneo, con il suo corollario di disoccupazione, precarietà, miseria e peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita per vasti settori della popolazione.

“Il primo problema che si pone è quindi il controllo sui mezzi di produzione, e soprattutto sulle decisioni di investimento e mutazione tecnologica, che devono essere strappate alle banche e alle imprese capitaliste per diventare un bene comune della società. Il cambiamento radicale riguarda certo non solo la produzione ma anche il consumo. Tuttavia, il problema della civiltà borghese/industriale non è –come pretendono spesso gli ecologisti– “il consumo eccessivo” della popolazione, e la soluzione non è una “limitazione” generale dei consumi, in particolare nei paesi capitalisti avanzati. È il tipo di consumo attuale, fondato sull’ostentazione, lo spreco, l’alienazione mercificante, l’ossessione accumulatrice, che deve essere messo in discussione. (…) È necessaria una riorganizzazione d’insieme del modo di produzione e di consumo, fondata su criteri esterni al mercato capitalista: i bisogni reali della popolazione e la salvaguardia dell’ambiente. In altri termini una economia di transizione al socialismo, in sintonia con l’ambiente sociale e quello naturale in quanto fondata sulla scelta democratica delle priorità e degli investimenti da parte della popolazione stessa – e non dalle “leggi del mercato” o da un politburo onnisciente. In altri termini, una pianificazione democratica locale, nazionale e, prima o poi, internazionale (…) Questa transizione condurrebbe non solo a un nuovo modo di produzione e a una società egualitaria e democratica, ma anche ad un modo di vita alternativo, a una nuova civiltà, ecosocialista, al di là del regno del denaro, delle abitudini di consumo indotte artificialmente[1].”

Lottare contro il cambiamento climatico, decarbonizzare l’energia e l’attività produttiva può essere una opportunità per modernizzare l’apparato produttivo verso un modo di produzione e di consumo durevole. Ciò implica una nuova definizione degli investimenti e dei settori di impiego. È necessario che il movimento sindacale sia protagonista di questo cambiamento, ed elabori una strategia per assicurare che il risultato netto in termini di occupazione sia positivo. La lotta per riforme ecosociali può essere portatrice di una dinamica positiva di cambiamento, nell’ottica di una “transizione” tra le rivendicazioni immediate e quelle a lungo termine, ma la nascita di un ecosindacalismo implica sia una presa di distanza dall’ideologia produttivista, sia il superamento della semplice difesa dell’ambiente basata su rivendicazioni di misure palliative che non rimettono in discussione il modello socio-economico dominante.

Il 2019 ha visto un rilancio generalizzato su scale globale del movimento ambientalista. Mobilitazioni come quelle di Extinction Rebellion in Inghilterra, o l’ondata internazionale di scioperi degli studenti dimostrano che milioni di persone comprendono che per ottenere un cambiamento è necessaria un’azione di massa. Il fatto che lo slogan “cambiamo il sistema non il clima” sia ampiamente diffuso suggerisce che chi si mobilita comprende anche la necessità di cambiamenti fondamentali.

Oggi, all’inizio del 21° secolo, l’ecologia sociale è diventata una delle più importanti componenti del vasto movimento che si sta sviluppando tanto nel Nord quanto nel Sud del pianeta per un futuro sostenibile.

Questo sito costituisce un contributo alla lotta per questo futuro.


[1] M. Lowy “Che cos’e’ l’ecosocialismo”